.

 

 

 

 

       

lussu

Emilio Lussu ad un comizio

[elaborazione grafica di Salvo Zedda].

 


Andrea Cabassi - Lussu Sardus Pater: dio mancato di una nazione mancata?

PREMESSA

In questo lavoro cercherò di rispondere al quesito: Emilio Lussu può essere considerato il Sardus Pater del popolo sardo? Ha accettato o ha rifiutato di assumere l’onere che questo ruolo comportava? E se lo  ha rifiutato perché? C’è differenza tra il Sardus Pater che, come Mosè, conduce il suo popolo alla Terra Promessa di una Nazione Indipendente e il padre di una piccola patria, con le sue tradizioni, con i suoi usi e costumi, con uno statuto autonomo che, però, è parte di una patria più grande?

Incunearsi in questa differenza significa tentare di comprendere le ragioni politiche, psicologiche, esistenziali che spinsero Lussu a fare le sue difficili scelte a partire dal ritorno in Sardegna del 1944, per passare alla traumatica scissione del 1948 ed arrivare agli ultimi giorni della sua vita. Significa non avere risposte pre-confezionate, significa confrontarsi con le posizioni anche le più lontane tra di loro. In un’ottica laica e una modalità interdisciplinare.

 

IL SARDUS PATER

Il libro di Raffaele Pettazzoni La religione primitiva in Sardegna è, ormai, un classico della storia della religione. È, anche, uno dei classici per chi vuole approfondire specifici aspetti dell’antica cultura sarda. Tanto che Giuseppe Dessì lo incluse nella sua raccolta antologica La scoperta della Sardegna. Scritto nel 1909, dopo un soggiorno nel’isola, il libro non pare aver risentito troppo dell’usura del tempo malgrado tante siano state le nuove ricerche e in campo religioso e in campo etnografico.

Una delle figure chiave della religione sarda che viene analizzata è quella del Sardus Pater. Pettazzoni ipotizza che l’antica religione sarda avesse una fortissima impronta monoteistica e che fosse, per certi versi, simile a quella ebraica.

Così definisce il Sardus Pater:

“Nell’incalzare delle invasioni straniere sul suolo di Sardegna, nel succedersi delle genti semitiche, greche, romane, apportatrici di civiltà nuove, ma tutte estranee e tutte ostili allo spirito indigeno, il popolo sardo, guardò, invocando il suo dio. Il dio fu veramente l’ideale della stirpe, nel quale i vinti cercavano riposo allo spirito e pace, così come sulle aspre balze e nelle foreste odoranti del Gennargentu trovarono rifugio i superstiti ribelli al giogo straniero. Dal fato tragico del popolo di Israele crebbe - severa esclusiva  assoluta - la figura di Jahveh. Così in Sardegna, presso i santuari aviti tra il silenzio dei morti, spesso turbato da uno squillo di guerra, l’immagine del dio crebbe smisuratamente nella coscienza del suo popolo. Egli fu il padre, fu il duce, fu l’eroe guerriero invocato negli assalti e nelle difese, al quale i combattenti reduci, reduci dalla pugna consacravano le spade emblematiche, come doni votivi. Incarnazione dell’idea nazionale, la figura del Sardus Pater sopravvisse attraverso i secoli nella coscienza del popolo sardo, partecipe dei suoi destini, idea indelebile del suo pensiero” (Pettazzoni, R, La religione primitiva sarda, Sassari, Carlo Delfino, pp. 91-92. Faccio uso del reprint ristampa 1993).

Sono descrizioni altamente suggestive sulle quali dobbiamo fermare la nostra attenzione. Ci verranno utili comparandole e confrontandole con i discorsi, i pensieri, le azioni di Emilio Lussu.

 

LUSSU EST TORRAU

Bastano le foto. Basta vedere la foto scattata a Quartu nel luglio del 1944 dove Lussu viene portato in trionfo. Basta vedere la foto dei sardisti di Monserrato che si recano ad un suo comizio. Basta vedere le foto del primo comizio di Cagliari in Largo Carlo Felice. Lussu parla dal balcone della Camera di Commercio: la piazza è stracolma, la folla acclamante. 

Luglio ‘44. La fine dell’esilio. Il secondo ritorno. Il primo era stato alla fine della prima guerra mondiale quando fondò il Partito sardo d’Azione. Ma questo secondo ritorno si carica di significati simbolici che il primo  non aveva avuto. Dietro al trionfo si nascondono ombre sottili che diventeranno sempre più spesse e minacciose nel breve volgere di una stagione.

Lasciamo la parola a Lussu non dimenticando la definizione data da Pettazzoni del Sardus Pater e la descrizione della sua fenomenologia:

“ … al mio ritorno dall’esilio, tutta la Sardegna era con me. Ricordo Cagliari, uscita dalle macerie, raccolta attorno a me come in una festa familiare. Le altre città dell’Isola e i villaggi tutti, dove io passavo, erano in festa in un saluto commosso. Questo io non lo dimenticherò mai. Era un fenomeno di psicologia collettiva, l’attesa di un uomo, una grande comune speranza: a me è sembrata una universale disperata invocazione alla vita dopo tante sofferenze e tanta rovina. Allora io capii quanto la Sardegna avesse sofferto e soffrisse”. 

E poco oltre:

”Tutta la Sardegna era con me. Dopo vent’anni di corruzione fascista in cui tutta la vita e tutte le speranze si erano concentrate su un uomo e su un uomo solo, adesso convergevano in me solo che ritornavo nella piccola patria dopo lungo esilio, tutte le speranze. Un uomo, un uomo! Tutto si attendeva da quest’uomo” (cit. da Cubeddu, S., Sardisti, vol. I, Sassari, Edes,  p. 424).

Questi sono brani del discorso di Lussu  al cinema Olympia di Cagliari, l’11 luglio 1948, in occasione della nascita del Partito Sardo di Azione Socialista, esattamente una settimana dopo che si era consumata la drammatica scissione con il Partito Sardo d’Azione alla Manifattura Tabacchi.

Vorrei far notare quante volte ricorra il termine “uomo” reiterato in “un uomo, un uomo! Tutto si attendevano da quest’uomo”. E quest’uomo è un uomo “solo” che può essere interpretato nel duplice significa di “soltanto un uomo”, ma anche di “un uomo da solo, lasciato solo”.  Un uomo da solo, un uomo soltanto su cui si sono addensate speranze, attese, aspettative. Non un dio che può fare miracoli e accontentare tutti, malgrado la gente si rechi in frotte, come in pellegrinaggio, davanti alla sua casa per domandare le cose più disparate.

Vorrei far notare, altresì, come Lussu sia lucidamente consapevole di trovarsi di fronte ad un fenomeno di psicologia collettiva e come si percepisca la sua preoccupazione di avere addosso il peso di un’attesa che si è prolungata nel tempo, il peso dei problemi di un intero popolo interamente sulle sue spalle. Spalle robuste, ma di un uomo, solo un uomo.

Lussu è solo. Si sente solo come soltanto un dio può esserlo. Un dio atteso come il  Messia. E il Messia deve essere attrezzato anche per fare miracoli.          

Lussu est torrau, la frase bisbigliata, sussurrata di bocca in bocca, poi urlata in un grido liberatorio, rivela l’epifania del dio che, per un troppo lungo periodo, si era assentato. Lussu est torrau è una formula magica. Non è il ritorno di Ulisse, ma del dio absconditus che, finalmente, torna a manifestarsi, del Sardus Pater che pareva aver abbandonato i sardi ad un destino di miseria e distruzione, soprattutto dopo il bombardamento di Cagliari.

Da parte dei sardi c’è una identificazione profonda fra il Sardus Pater e Lussu. E da parte di Lussu?

Egli è visto come il babbu di tutti i sardi, come il duce - per usare le parole di Pettazzoni - che può redimere un intero popolo dalle sofferenze e dalla rovina. Come il dio di Israele egli può condurre l’intero suo popolo verso la Terra Promessa che è il luogo della ricostruzione e della cicatrizzazione delle ferite. Le aspettative sono che egli diventi il padre della stirpe, lui eroe guerriero già dalla prima guerra mondiale, il padre di una nuova Nazione. L’aspettativa è che egli divenga e contenga in sé la coscienza di un popolo intero. I sardi, simbolicamente ed inconsciamente, considerano Lussu l’incarnazione terrena del Sardus Pater. In questo terreno incarnarsi Lussu dovrebbe sussumere le ferite che sono state inferte al suo popolo per rimarginarle, dovrebbe essere partecipe dei destini di ogni abitante dell’isola. Quasi una Cristologia.  

Quando Lussu parla di fenomeno di psicologia collettiva sa che tali aspettative hanno un aspetto magico, sa che non potrà mai, pienamente, corrispondervi, sa che deluderà. Sa, anche, che la delusione si trasforma, facilmente, in rancore e risentimento. Sa un'altra cosa: che dovrà riconvertire le aspettative dei sardi dalla religione alla politica. Con tutto quello che ne consegue.

 

UN DIO MANCATO DI UNA NAZIONE MANCATA?

Michelangelo Pira, in una sua lunga e densa lettera scritta a più riprese nel periodo del Natale 1975 e inviata a Titino Melis, afferma, tra le altre cose:

“Noi eravamo alla ricerca di un leader carismatico. Lussu - che poteva forse porsi come tale - ci deluse profondamente quando tenne il suo primo discorso a Sassari in Piazza Tola. Egli gettò secchiate d’acqua gelida sul fuoco del nostro sardismo genericamente separatista. Non perciò cessammo di essere sardisti. Ma avevamo bisogno di “un partito carismatico” (l’organizzazione come carisma è stata studiata attentamente dalla sociologia dei partiti politici). Lussu non voleva, non volle essere il capo carismatico di un popolo. Perché?” (in S. Cubeddu, op. cit., vol. II, p. 668, dove è riportata integralmente la lettera).

Perché? Perché Lussu non pronuncia la formula magica? E quale è la formula magica, le parole magiche che i sardi si aspettano che  pronunci per acclamarlo definitivamente Sardus Pater? Le parole magiche sono “Repubblica Indipendente”. Quelle parole Lussu non le pronuncia né in quel momento, né dopo. Non le pronuncerà mai. Perché? Non si sente all’altezza? Ha paura e per questo rinuncia al ruolo carismatico che la Storia pare avergli assegnato? Ha, sdegnosamente, voltato le spalle al destino della Sardegna, questa piccola patria senza storia, per dedicarsi a più alti uffizi?  

Nel comizio al cinema Olympia Lussu descrive la delusione che, progressivamente, si impossessa dei partecipanti ai suoi comizi e ne fa un impietoso resoconto.

Comincia con Cagliari: quello non è stato un vero e proprio comizio. È stato un emozionante riabbracciarsi in famiglia.

Continua con Iglesias. Quello è un vero e proprio comizio politico. Dove Lussu parla di democrazia socialista. La reazione: sorpresa e delusione per gli ambienti borghesi che assistono.

Poi viene Oristano. Oristano è città abitata da grossi proprietari. Lussu affronta il delicato tema della riforma agraria. Altra delusione, altro scandalo. Soprattutto tra i proprietari.

Segue il comizio di Nuoro dove

“parlai di autonomia e non di separatismo. Parlai di autonomia e non di separatismo perché il Partito Sardo d’Azione e i combattenti parlarono sempre di autonomia, solo di autonomia e non di separatismo…” (in S. Cubeddu, op. cit., vol. I , p. 426)     

Infine Sassari, il comizio citato da Pira, in cui Lussu pone con forza anche il problema repubblicano della costituzione dello Stato.

Sostiene Lussu che i suoi discorsi furono una grande delusione per la Sardegna. Non ne rimane sconvolto. Tanto più sorpreso. Probabilmente amareggiato, anche se non lo dice esplicitamente.

Nel suo discorso al cinema Olympia ritorna sul comizio di Nuoro dove

“impegnai tutto il mio prestigio contro il separatismo, perché avevo vergogna del separatismo, e del partito diventato separatista. – Io avevo vergogna di avventure, io non sono un avventuriero” (in S. Cubeddu, op. cit., vol. I , p. 427).

Questo è il discrimine, questa è la frattura decisiva che non verrà mai pienamente risanata. Da qui nascono le accuse di tradimento. Lussu non si è fatto dio. Non si è fatto dio di una nazione che, nel suo articolo L’avvenire della Sardegna, pubblicato sulla rivista “Il Ponte” del 1951, definirà una Nazione mancata. Un dio mancato di una Nazione mancata?

Sostiene Lussu, sempre all’Olympia, che lui non è cambiato, ha sempre parlato di democrazia socialista, ha sempre affrontato il problema della riforma agraria conducendo i contadini, quando è stato necessario, ad occupare le terre incolte, è sempre stato repubblicano, non è mai stato separatista. Sono cambiati, invece, gli uomini del Partito Sardo. Si sono imborghesiti, non hanno più a cuore i destini dei pastori e dei contadini. ma quello dei piccoli e medi proprietari, sono diventati interclassisti, separatisti, sono diventati sempre più provinciali e isolazionisti.

In parte Lussu ha ragione, in parte ha torto. Ha ragione quando analizza i mutamenti del Partito Sardo, ha torto quando non ne riconosce gli elementi di continuità come il provincialismo e l’isolazionismo. Ha torto quando sostiene che lui non è cambiato. Molte cose sono cambiate in lui. Il suo socialismo è diventato consapevole, il suo modo di vedere le cose si è profondamente modificato a contatto e nel confronto con Rosselli e nella sua militanza in “Giustizia e Libertà”. La sua permanenza a Parigi, i suoi contatti con la Svizzera, il Belgio, l’Inghilterra, gli Stati Uniti gli hanno permesso di avere una visione internazionale dei problemi. La Sardegna è collocata in questo ambito europeo, internazionale. Pur rimanendo sardo nell’intimo si è sprovincializzato. Del resto lo stesso Michelangelo Pira, nella lettera in precedenza citata, riconosce questi mutamenti.

In tanti diranno, e tra questi i nazionalitari, che Lussu ha voltato le spalle alla Sardegna, Lussu ha  incontrato personaggi importanti e la Sardegna, per lui, è diventato un paese piccolo piccolo, un paese senza importanza. Che ha usato i sardi per fare carriera. Lui avrebbe potuto replicare che queste critiche non facevano altro che dargli ragione. Avrebbe potuto sottolineare come, in queste parole, riemergeva l’atavico complesso di inferiorità dei sardi, la disunione, i moti d’invidia (cose peraltro già scritte in L’avvenire della Sardegna).

Lussu non crede alla Sardegna come Nazione indipendente. Crede che sia impossibile e politicamente sbagliato trasformarla in una nazione vera e propria perché ne andrebbe modificata la geografia, la storia, la psicologia degli abitanti. Lussu considera il separatismo una vergogna. Non potrà mai essere il Sardus Pater che pronuncia la parola magica tanto attesa.

Nella lettera di Michelangelo Pira, alla quale ho più volte fatto riferimento, il sociologo barbaricino manifesta un dubbio forte, intenso che lo travaglia:

“Perché? (Lussu non voleva essere capo carismatico di un popolo). Me lo domandavo in occasione della sua morte nel corso di una conversazione con Vindice Richibesu, che ne riferì su Tuttoquotidiano. Non era - dissi in quella circostanza - uomo tanto piccolo da scatenare processi identificativi di massa, ma non fu neppure uomo tanto grande da offrire uno sbocco ad un grande movimento di massa” (in S. Cubeddu, op. cit., vol. I , p. 668).

 

LUSSU E I NAZIONALITARI

Essere capo carismatico, diventare dio: un compito da far tremare i polsi. Lussu non è un leader all’altezza di questo compito o c’è altro che gli impedisce di assumersi questo ruolo?

Non va dimenticato che quando Lussu torna in Sardegna pensa in termini di classi,  pensa non si possa accontentare il proprietario e, nello stesso tempo, il pastore e il contadino. Sa che non potrà essere ecumenico e, per questo motivo, prevede la delusione. Sa che dovrà fare delle scelte ed ha chiaro quali saranno. Sa che un popolo non è qualcosa di statico. Sa che un popolo non si muove all’unisono. Sa che ci sono interessi diversi che si scontrano, che si danno battaglia. E’ consapevole che ci sono cose da fare che devono accontentare tutti. E’ altrettanto consapevole che ci sono scelte che accontenteranno gli uni e scontenteranno gli altri.

Eppure non si tratta solo di questo.

Per cercare di penetrare nelle motivazioni più profonde che impediscono a Lussu di assumersi il ruolo di Sardus Pater di una Nazione indipendente ritengo sia necessario fare un excursus all’interno dei movimenti nazionalitari che si sono affermati a partire dagli anni ottanta - novanta dando vita al cosiddetto “vento sardista”, al terzo sardismo o neosardismo.

Lussu è già molto anziano e malato quando vengono fondati “Città e campagna” di Eliseo Spiga e Antonello Satta, il “Circolo giovanile di Orgosolo”, “Su Populu Sardu” di Caria. Gruppi cosiddetti proto-indipendentisti che nascono all’interno della sinistra extraparlamentare.

Negli anni Ottanta e Novanta quello indipendentista diventa un sentire diffuso e disseminato anche se, spesso, c’è  uno scarto tra questo sentire e i risultati elettorali. Proliferano movimenti,  gruppi indipendentisti che, scindendosi spesso, danno vita a nuovi gruppi con differenze sottili e non sempre facili da individuare. Qui ne prenderò in considerazione solo due.

Nel 1994 nasce a Nuoro “Sardigna Natzione”, fondato da Angelo Caria e da altre personalità provenienti dal Partidu Sardu Indipendentista. Fra i leaders Bustianu Cumpustu e Giampiero Marras. Nel 1999 il partito è fra i promotori di una lista che si chiama “Sa Mesa de sos Sardos Liberos” e che coalizza “Sardigna Natzione”, “Movimento Pastori Sardi” e “Movimentu Nazionalista Sardu”  La coalizione, malgrado un buon 5%,  non riuscirà ad ottenere un consigliere in Regione.

Nel 2002 “Sardigna Natzione”, in seguito al suo primo congresso, muta il nome in “Sardigna Natzione Indipendentzia”. Ma un anno prima, nel 2001, a Santa Giusta (Oristano), in un accesissimo coordinamento nazionale dove si erano scontrate le inconciliabili linee di Bustianu Cumpustu e Gavino Sale si era arrivati alla rottura e alla inevitabile scissione. Il gruppo cappeggiato da Gavino Sale dà vita al movimento indipendentista “Indipendènztia Repùbrica de Sardigna” con la sigla IRS. I membri dell’IRS si definiscono così:

“Noi non siamo italiani. Noi non siamo autonomisti. Noi non siamo sardisti. Noi non siamo nazionalisti. Noi non siamo gli indipendentisti che non credono nell’indipendenza. Noi all’indipendenza ci crediamo davvero. Noi ci arriveremo in modo nonviolento e con mezzi democratici. Noi stiamo già costruendo la Repubblica libera di Sardegna” (cfr il Manifesto Politico del Movimento sul sito www.irs.sr ).

Nello stesso sito è possibile leggere una intervista al leader del movimento, Gavino Sale, rilasciata a “La Nuova Sardegna” in occasione di un forum del movimento no-global, svoltosi a Firenze nel 2002. In quella intervista Gavino Sale cita Lussu. “Emilio Lussu? E’ stato un grande italiano che si è battuto contro il fascismo, ma non è il padre della patria sarda”  Commenta il giornalista che lo intervista: “Per i nuovi paladini dell’indipendentismo, non esistono simboli ed eroi. Neppure ‘Il Cavaliere dei Rossomori’, icona del sardismo e della cultura dell’autonomia, rappresenta un punto di riferimento per chi oggi sogna una nazione sarda”.

Precisa Gavino Sale:  “E come potrebbe esserlo – dice infatti Gavino Sale, leader del neonato movimento indipendentista - Lussu parlò esplicitamente di “aberrazione indipendentista…”

Nel Manifesto Politico del Movimento - sempre reperibile sul sito - e intitolato Pro s’Indipendèntzia e sa Repùbrica de Sardigna, ci si imbatte in un lungo paragrafo dedicato a Lussu e intitolato Il tradimento di Lussu. Il tradimento di Lussu, secondo il manifesto dell’IRS, consiste nell’aver definito la Sardegna “una Nazione mancata”, il separatismo una malattia politica da guarire, di aver fatto una distinzione tra  Irlanda e Sardegna, quando era deputato sardista nel parlamento del primo dopoguerra, pur riconoscendo che le situazioni erano similari e che erano i sardi a non voler essere indipendenti, di non prendere in considerazione la lingua sarda, di sentirsi spiritualmente italiano e non sardo.

Le accuse sono esplicite: “Inizia a venirci il sospetto che a pensare in italiano e a non sentirsi sardo fosse proprio Lussu e non i sardi…” E più oltre: “… i sardi gli servivano per divenire un grande capo italiano (quanti ne abbiamo visti e ne vediamo di questi personaggi…). Siccome i sardi rimanevano brutti,  cattivi e potenzialmente traditori (in quanto ostinatamente diversi), ed essendo comunque pochi, Lussu aspettò una seconda guerra per divenire un vero eroe patrio: dalla Francia scrisse dunque Per l’Italia dall’esilio.

Parole graffianti dove  l’accusa principale è quella di aver definito la Sardegna una “Nazione mancata”, di essersi rifiutato di assumere il ruolo di condottiero, del Sardus Pater che fonda una nuova patria e si assume la responsabilità di essere il capo di una stirpe. Non averlo fatto significa essersi venduto ai colonizzatori italiani e aver strumentalmente usato i sardi per far carriera.

Dietro queste pesanti accuse si legge, sottotraccia, il rammarico per un occasione perduta. Ma sono, anche, la conferma di un senso di inferiorità che, per essere compensato, ha bisogno di una forte affermazione identitaria (le false carte di Arborea non avevano, forse, il medesimo scopo?). Il fatto è che nulla è  più lontano, in Lussu, dalle retoriche identitarie, per usare una bella espressione utilizzata più volte da Salvatore Mannuzzu. Nulla è più lontano in Lussu dall’idea di far carriera alle spalle dei sardi.

Nel Manifesto si cita una lettera che Lussu avrebbe inviato ad un dirigente sardista:

“Ora, che Lussu non avesse molta stima dei sardi non vi è dubbio: non riporteremo una lettera mandata ad uno dei dirigenti del PSd’Az in cui li definisce con un termine che qui tradurremo con ‘prostitute’. E’ facile spiegarsi a questo punto perché l’unica cosa buona che i sardi avessero fatto secondo Lussu fosse di sacrificarsi per l’Italia: un popolo così ‘arretrato’ non poteva certo produrre qualcosa di buono da sé e per sé. Immaginatevi poi che vergogna appartenere, o peggio, essere il capo di una massa di prostitute”.

La lettera non è di Lussu ma del dirigente sardista Titino Melis. In quella lettera mai spedita Titino scrive tra l’altro:

“… ho omesso, in quella commemorazione (quella per la morte di Lussu), di dire le ragioni per cui avvenne la scissione del congresso sardista. Mi disse Lussu: ‘Ti parlo da fratello maggiore a fratello minore, a te pisciano in testa le puttane. Perché tu non sai, evidentemente, quanto i Sardi sono ingrati e cattivi. Io alla Camera Costituente sono andato solo con Pietro Mastino. E tu sei caduto. Ciò dopo aver combattuto in guerra, combattuto in pace contro i fascisti, dopo essere stato in carcere, evaso da Lipari, guidato la lotta clandestina, trascurando professione e ambizioni letterarie, per sentirmi richiedere solo posti e sistemazioni.

Di fronte a questo esempio di tensione morale, i Sardi hanno dato otto deputati a Segni, ecc. Chi vuole dunque la scissione non sono io, ma sono i Sardi che condannano il loro Partito Sardo.’ Cosa ho risposto io, è inutile dirlo adesso” (S. Cubeddu, op. cit., vol. I , p. 663).

Inutile dirlo adesso perché, negli ultimi anni della sua vita, Titino Melis si trova a condividere molte delle cose che gli aveva confessato Lussu. Definire i sardi ingrati e puttane non è altro che l’espressione usata da un uomo che si sente tradito e che, molto, ha amato il  suo popolo. Non disprezzo, ma delusione, non dileggio ma amarezza. Non vergogna, ma rabbia. Le affermazioni di Lussu vanno, poi, comprese nel loro contesto storico e politico. Possono essere tradotte così:  “Abbiamo fatto tanto per i sardi noi sardisti già dai tempi del primo dopoguerra, ci siamo sacrificati e i sardi ci hanno voltato le spalle, hanno votato Segni e la DC. E’ valsa la pena fare tutti quei sacrifici? “

Franciscu Sedda nei suoi pur pregevoli libri Tracce di Memoria (ed. Condaghes. 2002 ) e Tradurre la tradizione (ed. Meltemi. 2003), partendo da un’analisi semiotica, sostiene le stesse tesi espresse nel Manifesto. Lo stile e le argomentazioni sono così simili da far pensare che quella parte del Manifesto sia stata redatta dalla stessa mano. Quella di Sedda.

Sia nell’appendice a Tracce di memoria, dove è intervistato dai responsabili di Fondazione Sardinia e parla del percorso che lo ha portato all’approdo nazionalitario, sia nel capitolo dedicato a Lussu in Tradurre la tradizione, Sedda afferma che, già nel primo dopoguerra, Lussu comprese che la lotta per l’indipendenza era possibile. Non lo disse sostenendo il contrario, ripiegando sull’autonomismo e riaffermando la sua italianità. Semplificando, e se non ho frainteso il pensiero di Sedda, questa mi sembra la sua tesi. Semplificando ulteriormente ciò significa che Lussu era in malafede, cioè un traditore.

Per verificare quanto controverso sia, attualmente, il giudizio sull’uomo e sul politico è di grande utilità andare sul sito www.gentedisardegna.it . Sul sito c’è un Forum su Lussu dove prende la parola gente comune e non esperti della vita e delle opere del politico armungese. Pareri discordi, giudizi offensivi, difese approssimative, esplicite dichiarazioni di conoscere poco l’uomo e l’opera, ancora accuse di tradimento. La sensazione immediata che si prova è questa:  come se si fosse persa la memoria del pensiero autentico di Lussu; come se rimanesse solo il cicaleccio, la chiacchiera, l’offesa; come se la riflessione pacata e approfondita fosse bandita.

 

ELABORAZIONE DEL LUTTO, SCISSIONE, EMANCIPAZIONE DALLA TERRA MADRE.

La psicoanalista Nereide Rudas, nella relazione presentata ad Armungia in occasione del convegno  Lussu trent’anni dopo dal titolo Il concetto di identità in Emilio Lussu (ora pubblicata negli atti: Lussu trent’anni dopo, Alfa, 2006 pp. 14-29), afferma che in molti autori sardi si riscontra un “attaccamento” profondo  e, allo stesso tempo, insicuro alla propria terra. È un legame simbiotico con la piccola patria che ha il significato simbolico di madre; un legame che, proprio perché simbiotico, fatica ad evolversi nel necessario distacco, in un processo di autonomia e autorealizzazione. Le reazioni rabbiose, rancorose all’espressione di Lussu “Nazione mancata”  dimostrano che egli ha messo il dito sulla piaga, che ha messo a nudo il “male oscuro” dei sardi e cioè questo attaccamento insicuro e la mancata elaborazione del lutto per i fallimenti storici della Sardegna. Lussu, grazie alle esperienze internazionali che ha maturato, ha elaborato il lutto di quella ferita e a quella ferita può dare un nome: “Nazione mancata”. Inoltre elaborare il lutto per l’armungese,  ha significato approdare ad una concezione non più autoreferenziale dell’isola, ad una apertura e ad un pro-gettarsi nel mondo molto più ampio e poco compreso da chi era rimasto nell’isola. Aggiungo: diventare il Sardus Pater di una Nazione indipendente è alimentare l’autoreferenzialità. Acquisire una eteroreferenzialità è, invece, restare sardo, ma sentirsi, anche, italiano ed europeo, vedere i problemi dell’isola da sardo, ma anche da italiano e da europeo. Lussu non si vergogna di essere sardo e rifiuta di assumere il ruolo di Sardus Pater non perché i sardi siano delle puttane, ma perché ha vergogna del separatismo, di una autoreferenzialità che la sua esperienza gli ha permesso di superare largamente e che sa essere perdente. 

Sia dall’isola, sia dal continente non dimenticherà mai di battersi per la Sardegna. Qualche esempio: alla Consulta si batterà perché lo Statuto Speciale della Sicilia sia esteso anche alla Sardegna, con indubbi vantaggi per quest’ultima. Battaglia persa. Si troverà contro i sardisti stessi, con il risultato che l’autonomia conquistata dopo sarà solo un pallida idea di quel che significa autogoverno; nel giugno 1969, in occasione dell’occupazione da parte di pastori  e contadini delle terre di Pratobello, dove avrebbe dovuto essere istituito un poligono militare permanente, scriverà il famoso telegramma al Presidente della Giunta Regionale Del Rio, che sarà immortalato in un murales ad Orgosolo; nel maggio 1970 scriverà da Cagliari a Giovanni Lilliu per chiedergli di promuovere iniziative atte ad introdurre lo studio della lingua sarda all’Università; gli scriverà ancora in quell’anno e in quello successivo per chiedergli come mai il clero sardo non utilizzasse la lingua sarda nelle sue funzioni. Il che smentisce coloro pensano  che a Lussu non interessasse la lingua sarda. Sollecitazioni accolte da Lillìu che otterrà apprezzabili risultati all’interno dell’Università.

Lussu elabora il lutto della “Nazione mancata” e si emancipa dalla terra madre. Tuttavia è una elaborazione parziale ed una emancipazione parziale. Lo testimonia il suo rapporto ambivalente con i sardi. Ambivalente perché permangono forti tracce di risentimento e giudizi non sereni. Malgrado i suoi reiterati appelli a spersonalizzare la scissione del ‘48 e a valutarla unicamente sul piano politico quel trauma non sarà mai superato. Ed è interessante notare come ci rimangano testimonianze di quel trauma e dei loro vissuti da parte dei sardisti, ma non ne rimangano dirette da parte di Lussu. Si possono solo inferire. Perché sul tema ha sempre mantenuto il riserbo? Perché nessuno glielo hai mai chiesto? Perché, all’attuale, non esiste documentazione in proposto? 

Infine restano le sue ultime volontà: chiede di essere cremato e che le sue ceneri non siano raccolte e deposte in terra sarda. Esprime il desiderio che siano sparse nel Tirreno. Anche dopo la morte, in coerenza con quanto aveva fatto in vita, rifiuta il ruolo di Sardus Pater. Non quello di padre di una piccola patria autonoma inserita in una nazione più grande. Un padre che si arrabbia con i suoi figli, che li rimprovera, che lo deludono, che li delude. Un padre che, anche quando è lontano, non dimentica i suoi figli, non rinuncia a battersi per loro. Certo un padre permaloso, dal carattere difficile, che ama e odia. Un padre vero, in carne ed ossa, con tutti i suoi difetti e che conosce alla perfezione i difetti dei suoi figli. Un padre che non li idealizza. Un padre laico, vero e non un dio.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
   
   
 
 
 

 

Questo sito e il blog collegato sono pubblicati sotto una Licenza Creative Commons