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Pertini salutato da un gruppo di bambini in uno dei suoi numerosi viaggi per l'Italia. Gianluca Scroccu - Pertini e la dissoluzione della sinistra italiana: appunti per una riflessione sempre più necessaria. Il 24 febbraio del 2010 si sono celebrati i vent’anni dalla morte di Sandro Pertini. In verità non con l’attenzione che questa importante figura della nostra storia avrebbe meritato. Troppo scomodo, uno come lui, per lo scenario pubblico italiano del 2010. I valori e la sua vicenda personale, evidentemente, disturbano e i media non hanno mancato di oscurarne e sminuirne il ricordo. Se si tenta un paragone con l’esorbitante mole di documentari, dichiarazioni e trasmissioni celebrative che hanno accompagnato il decennale della morte di Bettino Craxi - spesso in talk-show di infima qualità che riempiono i palinsesti, specie di RaiDue, nel primo pomeriggio- ci si rende conto della potenza che l’uso pubblico della storia riveste nella costruzione dell’egemonia culturale del centrodestra italiano. Il quale, a dir il vero, sembra picchiare indisturbato su un centrosinistra assai malconcio e totalmente incapace di costruire una sua memoria alternativa e positiva proprio iniziando a richiamare più spesso figure come quella di Pertini. Del resto questo è un punto dolente della sinistra postcomunista, irrisolto dai tempi della svolta dell’89, quando non si sono fatti i conti tanto con la tradizione del socialismo democratico che con la cultura azionista (si pensi solo alle espressioni sprezzanti, peraltro poi rettificate, di un D’Alema o i richiami a seconda delle esigenze di visibilità di un Veltroni). Dimenticate l’attenzione e la sponda che il Presidente socialista ebbe con una figura come quella di Enrico Berlinguer (testimoniata, non a caso, dalla presenza commossa della massima carica dello stato ai funerali del segretario del Pci nel giugno 1984), nel Pds e nei Ds è sembrata prevalere piuttosto la voglia di attualizzare la figura di Craxi quasi a voler subire le indicazioni che provenivano da tv e opinionisti legati all’universo berlusconiano. Eppure, in quegli anni Ottanta, si espresse proprio un paradosso nella storia socialista, rappresentato dalle due figure antitetiche di Pertini e Craxi, le quali sono ricordate rispettivamente come l’uomo più onesto e quello più coinvolto in Tangentopoli e che vissero in maniera totalmente diversa quei momenti che tanto influenzano ancora oggi il nostro vissuto quotidiano. Perché se ci fosse stata una riflessione più seria su quel periodo forse si sarebbe potuta favorire una reale alternativa alla potentissima opera di persuasione mediatica berlusconiana e alle sue retoriche finalizzate alla depoliticizzazione della società, nate proprio nell’era della “Milano da bere” e del consolidamento del monopolio televisivo privato del Biscione. Mentre anche in Italia attecchivano i valori neoliberisti della Thatcher e di Reagan, le cui ripercussioni ci avrebbero portato dritti sino alla grave crisi economica scoppiata nel 2008 passando per i disastrosi anni Novanta della fantomatica “Terza via” blairiana, Pertini faceva riferimento ad un socialismo che doveva richiamare sempre la giustizia sociale e la libertà, esplicitando così quello che ancora oggi appare come il più lampante richiamo alla tradizione dell’azionismo e ai valori di “Giustizia e Libertà” di un Presidente della Repubblica. Del resto la citazione esplicita di Gobetti e Rosselli nel giuramento del luglio 1978 già aveva reso fortissimo questo legame. Un percorso che Pertini, peraltro, aveva vissuto all’interno delle contraddizioni della storia del socialismo italiano, evidenziate soprattutto negli anni che vanno dalla scissione di Palazzo Barberini ai primi anni Sessanta, quando anch’egli sembrò essere assai influenzato dalla retoriche frontiste pur mantenendo salda la sua concezione unitaria e di salvaguardia dell’autonomia del suo partito. L’uomo, però, sapeva ripensare i suoi gesti e le sue prese di posizione, riconoscendo antichi errori come fece con Altiero Spinelli quando lo ricevette al Quirinale scusandosi per la vicenda del ritiro della sua adesione al Manifesto di Ventotene. Furono quei riferimenti ai valori del socialismo democratico appresi dal suo maestro Turati e dell’intransigenza e della coerenza di derivazione gobettiana, retti sempre dall’identità antifascista rivendicata con orgoglio, a rappresentare la bussola con la quale esercitò in un periodo difficile il doppio mandato prima di Presidente della Camera e poi della Repubblica. Si pensi ai rapporti con Bobbio (nominato proprio da Pertini Senatore a vita), o alla necessità di rivedere alla luce del riferimento alla lezione della coerenza azionista alcune prese di posizione coraggiose da Capo dello Stato, come le durissime parole contenute nei messaggi presidenziali contro la P2 o la corruzione. O ancora ai continui moniti sull’importanza dell’istituto parlamentare e la centralità della Costituzione (quanto sono attuali oggi contro i tentativi di scardinare i principi della divisione dei poteri!). E come non pensare alle sue prese di posizione sul fatto che non vi può essere una morale privata e una pubblica per chi è impegnato nelle istituzioni perché i valori repubblicani si basano prima di tutto sul principio di uguaglianza? Pertini sapeva che un uomo pubblico ha soprattutto l’obbligo di dire la verità e di non pensare che il calcolo o la concezione della politica come rete di rapporti possa essere prevalente sulla passione per la libertà e la democrazia. Fare riferimento a questi valori base oggi sarebbe un primo passo per la ricostruzione di quell’alfabeto di una sinistra moderna di cui questo Paese ha disperatamente bisogno. Per farlo, però, è necessario che la sinistra italiana di estrazione postcomunista (proprio ripensando e facendo suoi i principi della cultura azionista) si liberi dalla sudditanza verso certi poteri forti che vogliono continuare a condizionare l’agenda politica anche a prescindere da Berlusconi. Ci riuscirà se saprà fare propri la lezione, il coraggio e l’autonomia di pensiero di un Pertini o di un Gobetti, di un Gramsci e di un Matteotti, di uno Spinelli e di un Ernesto Rossi, quelli che, al di là delle contingenze della storia, sono capaci di parlarci ancora con fierezza dopo esser passati per i meandri della strada del tempo. E che dimostrano come si possa avere la schiena diritta di fronte a chi vuole esercitare il proprio potere privo di controllo senza per questo rinunciare all’impegno per costruire una sinistra ispirata ai valori della libertà e dei diritti dell’individuo da portare avanti insieme alla rivendicazione della giustizia sociale che metta al centro il valore sociale del lavoro. |
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