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silvio mastio

Silvio Mastio


Aldo Borghesi Silvio Mastio. Un rivoluzionario mazziniano.

Relazione presentata al convegno su Giuseppe Mazzini nel bicentenario della nascita, organizzato da Associazione “Cesare Pintus” – Cagliari e Associazione Mazziniana Italiana Onlus – Sezione di Cagliari, Cagliari, 30 aprile 2005. Pubblicata nel "Bollettino della Domus Mazziniana", Pisa, a. LIII, 2008, n. 1-2.

1. Gli anni della formazione politica 1919-1924

Silvio Mastio nasce a Cagliari nel 1901; il padre - originario di Gavoi - è ufficiale della Capitaneria di Porto; è il quarto di cinque fratelli. Durante la guerra, frequenta in città il Liceo Dettori e con il compagno di scuola e amico d’infanzia Cesare Pintus si avvicina ben presto al pensiero di Mazzini, attraverso la lettura delle opere nella popolarissima edizione economica Sonzogno.

Cesare Pintus traccia un ritratto di Mastio giovanissimo, prima che negli anni di guerra essi rimangano “presi dalla politica”, come egli stesso afferma:

D’intelligenza sveglia e di carattere espansivo e gioviale, Silvio superava i condiscepoli per la sua veramente prodigiosa memoria che gli consentiva di ripetere senza un errore una lunga poesia o una pagina di prosa, dopo due o tre letture. Era una cosa - ricordo ancora - che ci sbalordiva tutti. Fino all’età di quindici anni la scuola fu per Silvio e per noi, suoi coetanei, quello che fu per tutti i fanciulli spensierati di quelle gene­razioni: un’altalena di successi e di amarezze, un succedersi di elogi e di rabbuffi, che si componevano nella gaia serenità pomeridiana delle partite di calcio in piazza d’Armi e delle nostre prime prove atletiche nella palestra dell’«Amsicora» [1].

 La morte del fratello Ettore in un campo di prigionia austriaco segna profondamente Silvio. In lui, ricorda Pintus, “la giovialità degli anni della fanciullezza [cede] il posto ad una severa compostezza, indice della sua forte personalità che andava sempre più maturandosi con lo studio dei problemi politici e sociali italiani ed europei” [2]. Compiuti i diciassette anni, nella primavera 1918 tenta di arruolarsi volontario, ma viene fermato dall’intervento dei genitori che avevano già tre figli sotto le armi.

Dopo essere stato propagandista delle idee mazziniane tra i compagni di studi, Mastio si avvicina alle organizzazioni repubblicane all’indomani della conclusione del conflitto, quando in tutta Italia arrivano al Partito Repubblicano giovani energie, sull’onda dei meriti acquisiti nella difesa delle ragioni democratiche dell’intervento e di quelle parole d’ordine di ristrutturazione democratica dei rapporti internazionali e delle istituzioni che costituiscono il patrimonio ideale tradizionale della parte repubblicana. L’organo nazionale del partito, “L’Iniziativa”, registra la prima sottoscrizione a suo nome nei primi giorni di gennaio del 1919 [3].

Il Partito Repubblicano non vive peraltro un momento felice: duramente provato negli uomini dalla prova bellica, vede in essa riemergere le tendenze all’accordo con le forze interventiste e genericamente democratiche che sembrava essersi lasciato alle spalle prima del conflitto; particolarmente forti esse sono in realtà periferiche come Cagliari, dove peraltro esisteva una lunga tradizione di collaborazione fra le forze cosiddette “popolari”,  sopravvissuta sia all’ondata repressiva che dopo i moti del 1906 aveva colpito in città anche i repubblicani, sia alla rottura dei rapporti con i radicali che nel 1913 aveva segnato l’inizio di una nuova stagione politica per i repubblicani sassaresi [4].

La delusione per lo stato di inazione del PRI cagliaritano e per le tendenze niente affatto rivoluzionarie dei suoi dirigenti, si esprime apertamente all’inizio dell’estate 1919, in occasione dello sciopero generale internazionale proclamato dai sindacati “rossi” europei in segno di protesta per l’intervento di truppe dell’Intesa contro le repubbliche bolsceviche russa ed ungherese, e contro il quale la sezione repubblicana di Cagliari, d’intesa con le associazioni dei combattenti e dei mutilati ma contrariamente alle direttive nazionali, invita al boicottaggio [5]. Mastio firma a nome del “nucleo di giovani operai e studenti, mazziniani estremisti” una lettera di dissenso ospitata da “Il Risveglio dell’Isola”, il quotidiano socialista cittadino; per tutta risposta viene radiato dalla sezione insieme ad altri nove compagni [6]. Con loro e con altri giovani forma un’organizzazione, aderente al PRI ma autonoma dalla sezione cittadina, denominata Fascio Mazziniano “Patria e Umanità”. Si tratta di un gruppo presumibilmente molto ristretto sotto l’aspetto numerico ed a base essenzialmente studentesca che si propone di svolgere opera di propaganda e diffusione anzitutto del pensiero mazziniano ma che per molti versi non riesce a superare la mentalità e le vedute tradizionali dell’ambiente repubblicano adulto [7].  

Mastio comincia in questo periodo ad inviare corrispondenze a ”L’Iniziativa”, l’organo settimanale del partito. Ha appena iniziato all’Università gli studi di chimica. Nell’estate 1920, rientrata la secessione del Fascio Mazziniano, viene eletto alla segreteria della sezione repubblicana, poco numerosa ma ricca dell’entusiasmo di un’adesione prevalentemente giovanile [8]; pochi giorni prima ha tenuto il suo primo comizio pubblico di una certa importanza, parlando in rappresentanza dei repubblicani ad un meeting unitario contro il caro-viveri indetto per iniziativa dell’Associazione Combattenti [9]. Già da qualche mese si trova al vertice politico del partito Fernando Schiavetti: le linee organizzative indicate da Mastio per potenziare le strutture di partito cagliaritana e sarda rivelano, come le analoghe direttive emanate da Schiavetti in sede nazionale, la propensione per un modo di far politica fondato su un attivismo che proietti fuori dal chiuso delle sezioni e degli sterili contrasti dottrinari, verso l’esterno e nel vivo della lotta politica le idee-forza e le proposte del PRI. Scadenza prioritaria per i repubblicani sardi deve essere la realizzazione di un efficace coordinamento tra l’attività dei gruppi di Cagliari e Sassari, che devono diventare poli di riferimento per le forze sparse e gli aderenti isolati esistenti nell’interno dell’isola [10].

2. Mazzinianesimo militante nell’azione politica di Silvio Mastio

 I richiami di Mastio all’elaborazione di Mazzini sono costanti anche nelle indicazioni politiche contingenti; egli si manifesta anche un conoscitore attento e appassionato della storia del movimento repubblicano nell’isola e del posto che in essa occupano teorici allora non molto conosciuti come Giovanni Battista Tuveri [11]. Il giovane cagliaritano si avvia ad una precoce maturazione politica, segno della quale è anche l’intervento su ”L’Iniziativa” su una questione teorica come la libertà d’insegnamento e l’organizzazione degli studi secondari in Italia, con il quale risponde ad un articolo firmato del segretario del partito [12].

La discussione verte su un tema che non potrebbe essere di maggiore attualità: la proposta di risollevare la assai depressa qualità della scuola media pubblica (nella quale, secondo le parole di Schiavetti “si promuove a vapore” perché gli insegnanti esaminatori sono gli stessi che hanno preparato gli alunni: correva l’anno 1920!) attraverso l’istituzione di un esame di Stato che ponga su un piede di parità, di fronte a una commissione esaminatrice esterna, alunni provenienti dalle scuole pubbliche e dalle scuole private; il tutto allo scopo di costringere le prime a fronteggiare la benefica concorrenza delle seconde; cui si contrappone la posizione di quanti diffidano dal lasciare spazio all’istruzione privata, prevalentemente confessionale, eccetera eccetera, cose note nel dibattito recente sulla scuola dall’uno all’altro polo politico.

Schiavetti cerca una soluzione nelle parole di Mazzini, secondo cui “vi deve essere libertà di insegnare e di istruire delle scuole private ma vi è nello stesso tempo il dovere dello Stato di controllare l’esercizio di quel diritto e di offrire un tipo di scuola modello che attui, per dir così, l’ideale pedagogico dello Stato”. Libertà di insegnamento e libertà di istituzione di scuole private, dunque – e qui Schiavetti lancia ai laici un invito di grande modernità: quello a rispondere sul piano organizzativo alla capacità dei cattolici di attivare e gestire una rete scolastica propria – salvo il diritto dell’Stato di intervenire per controllare e regolamentare. Mastio difende invece il monopolio di Stato, sulla base dell’esigenza di non lasciare a privati quel campo dell’educazione nazionale che ha una importanza fondamentale nella formazione del cittadino repubblicano: e lo fa attraverso una batteria di citazioni che attingono in modo evidente alla sua solida preparazione mazziniana.

L’azione di Mastio dentro il partito comincia a sortire i primi effetti: nel mese di settembre, prima delle elezioni amministrative, viene convocato ad Oristano un convegno provinciale; il congresso nazionale del PRI ad Ancona vede, dopo molto tempo, la partecipazione di un delegato sardo; viene realizzato il collegamento con i repubblicani sassaresi che dà luogo a diversi appuntamenti congressuali, prima della Federazione Giovanile Repubblicana ma che in seguito coinvolgeranno anche il partito; segni di presenza e proposte di azione cominciano a venire anche da centri dell’interno nei quali all’esistenza di un milieu più o meno genericamente democratico e di una tradizione repubblicana non aveva mai corrisposto la presenza di strutture organizzate del PRI [13].

Nella primavera del 1921 Mastio è uno dei protagonisti della risoluzione del contenzioso politico con la vecchia generazione dei notabili del partito. Enrico Nonnoi, storico leader del PRI cagliaritano dai primi del secolo, in violazione delle direttive intransigenti emanate dalla dirigenza nazionale per le elezioni politiche del maggio 1921, si candida in una lista bloccarda, di cui fa parte anche l’industriale minerario e proprietario de “L’Unione Sarda” Ferruccio Sorcinelli, radicale in procinto di abbracciare il verbo fascista. La sezione di Cagliari, sostenuta dalla segreteria nazionale, applica inflessibile le misure disciplinari previste, e la vicenda si chiude con l’estromissione di Nonnoi dal partito [14]. Le organizzazioni repubblicane cittadine vengono sciolte: Mastio e compagni danno vita al Circolo Giovanile [15] e più  tardi ricostituiscono la sezione, della quale Mastio sarà segretario alla vigilia della Marcia su Roma. Su “La Voce Repubblicana” prosegue l’attività di corrispondente locale, fino agli ultimi mesi del 1923 - quando l’incarico verrà assunto da Cesare Pintus – con articoli di cronaca e contributi più impegnativi sul dibattito interno politico ed organizzativo del partito in Sardegna. La sua notorietà come esponente del nuovo corso del Partito Repubblicano assume una dimensione pubblica cittadina, quando egli rappresenta il partito nel comizio unitario di piazza del Carmine indetto per celebrare il I maggio 1922, per l’ultima volta nella legalità,  “cogliendovi - ricorda Pintus - il primo successo personale” [16].

Il montare della minaccia squadrista lo vede schierato su posizioni di antifascismo intransigente; anche in virtù della prestanza fisica, è uno degli organizzatori a Cagliari delle Avanguardie Repubblicane, squadre d’azione con compiti di difesa delle organizzazioni e degli uomini del partito, alla testa delle quali e d’intesa con analoghe formazioni antifasciste, è impegnato durante le ultime settimane del 1922 nello scontro con le squadre fasciste e le forze di polizia; è in una di queste occasioni che, secondo il racconto di Cesare Pintus, 

“insieme con alcuni altri suoi coraggiosi compagni di fede indossò la camicia rossa garibaldina [la divisa delle Avanguardie, come la camicia grigia lo era per le squadre sardiste e a quella nera per quelle fasciste, n.A.B.] ed attraversò impavido le vie cittadine suscitando allarme e stupore tra i fascisti che però non osarono torcergli un capello. Naturalmente fu arrestato l’indomani e trattenuto in carcere alcuni giorni; ma la sua sortita dimostrativa diede coraggio ai pavidi e servì per rinsaldare le fila dell’antifascismo” [17].

Fermi e perquisizioni si ripeteranno per Mastio anche in seguito [18]. Con articoli ed interviste partecipa attivamente alla polemica contro la fusione sardo-fascista scatenata da parte dei repubblicani fin dalle prime avvisaglie, all’inizio del 1923, realizzando tra l’altro l’importante intervista con cui Camillo Bellieni rende nota la sua irriducibile opposizione alla manovra in corso [19]. Nel contempo, stringe rapporti sempre più stretti con quella parte del Partito sardo d’Azione che mantiene fede alle originarie posizioni antifasciste, soprattutto con Emilio Lussu [20] - dopo averlo violentemente criticato quando era apparso come uno dei fautori della confluenza nel PNF – che va ora divenendo il principale punto di riferimento regionale per l’opposizione al regime, soprattutto per gli ambienti giovanili. E del rapporto di intensa amicizia con il giovane repubblicano di Cagliari, Lussu conserverà il ricordo fino agli ultimi anni [21].  Ne è testimonianza la nota fotografia che il capo sardista gli dona nei giorni difficili della campagna elettorale del 1924, con la dedica “A Silvio Mastio / goliardo / che ricorda / gli Eroi / di Villa Spada / e tutti gli audaci / dell’Idea / Emilio Lussu / Cagliari 12. 4. 1924. Villa Spada, ovvero un episodio vittorioso dell’epopea repubblicana (difesa della Repubblica Romana nel 1849) che nelle ricostruzioni storiografiche è talvolta erroneamente divenuta Villa Glori, il simbolo di sconfitta della fallita insurrezione antipapalina nel 1867 [22] 

3. Mastio davanti al fascismo e nell’emigrazione 1924-1931

Quando i repubblicani di Cagliari, insieme a quelli del resto dell’isola, deliberano di offrire il loro appoggio militante alla lista del Partito sardo d’Azione per le elezioni politiche del 1924, Silvio Mastio dirige insieme al giornalista sardista Raffaele Angius il quotidiano “Sardegna” che viene pubblicato a Cagliari a cavallo della scadenza elettorale nel tentativo di sopperire almeno in parte all’assenza del “Solco”, devastato e chiuso nel dicembre 1922 [23]

“Durante la crisi Matteotti – scrive Manlio Brigaglia - scompare da Cagliari sinché non arriva una sua lettera da Tunisi. Lussu - con il quale è sempre in contatto - mostra di non saperne nulla e si incarica di convincerlo a tornare. A Tunisi Silvio è entrato in relazione con gli ambienti antifascisti e ha collaborato a un giornale socialista” [24].

 Si tratta forse di un primo segno dell’intenzione da parte di Mastio di proseguire all’estero l’azione antifascista, per la quale vede chiudersi gli spazi nel paese. Al rientro è protagonista dell’ultima manifestazione pubblica del PRI cagliaritano prima che le leggi eccezionali del 1926 ne segnino lo scioglimento: nel marzo 1925, usufruendo dell’ospitalità offerta nei propri locali dal rinato quotidiano sardista “Il Solco”, la sezione di Cagliari commemora una delle ricorrenze tradizionali del calendario repubblicano, l’anniversario della morte di Giuseppe Mazzini; dopo un’introduzione del segretario Cesare Pintus è Silvio Mastio che parla al ristretto pubblico di militanti repubblicani e sardisti [25].

I noti fatti cagliaritani del 31 ottobre 1926 non portano all’arresto del solo Emilio Lussu [26]; tra gli altri antifascisti a finire a Buoncammino c’è anche Mastio: vi rimane per un mese e una volta libero, il 1 dicembre “viene diffidato ai sensi dell’articolo 166 della legge di PS ad astenersi da qualsiasi azione politica” [27]. La scelta di partire giunge rapidamente a maturazione: ripresi gli studi, il cui ritmo aveva parecchio allentato per dedicarsi alla lotta politica, si laurea e chiede il passaporto per Cuba, dove si trova già il fratello Francesco, laureato in agraria, che lo ha fatto regolarmente richiedere da uno stabilimento industriale; la Prefettura non lo considera pericoloso - dopo la diffida Mastio non si è fatto troppo notare - anche in considerazione del fatto che le sue idee repubblicane “non hanno trovato e non trovano qui possibilità di penetrazione”; ottenuto il passaporto, il 12 settembre 1927 Mastio lascia Cagliari; a Pintus venuto a salutarlo prima della partenza promette di tornare in Italia “per combattere insieme l’ultima battaglia contro il fascismo” [28].

Raggiunge Cuba e si stabilisce a La Habana; la polizia fascista continua a seguire i suoi passi, preoccupata per i contatti che, di passaggio a Parigi, avrebbe avuto con i vertici dell’emigrazione antifascista, segnatamente con Mario Bergamo ed Eugenio Chiesa; sei mesi dopo, si trasferisce in Colombia per lavorare con una società petrolifera nei pressi di Cartagena; dopo la fuga da Lipari riannoda rapporti epistolari con Lussu, offrendogli anche, secondo informazioni raccolte dalla polizia, “i mezzi per recarsi a Cuba dove avrebbe lavorato insieme a lui. Il Lussu gli avrebbe risposto dicendogli di ringraziarlo, ma che non accettava, perché non è questo il momento di allontanarsi troppo dall’Italia”[29].

Alla fine del 1930 un nuovo spostamento, sempre verso un paese dell’America Latina; il fratello Francesco è invece rientrato a Cagliari, dove lavora presso l’Orto Botanico dell’Università, e propone a Silvio di rientrare, essendoci per lui possibilità di trovare lavoro presso la Scuola Enologica; ma Silvio declina l’offerta:

“non ho certo lasciato l’Italia in quelle stesse condizioni nelle quali ora si trova, per ritornarvi in veste di peccatore pentito. Non ho nessun bisogno di ritornare in Patria perché posso stare materialmente meglio dovunque io voglia andare, e d’altronde, se anche mi trovassi in condizioni ben tristi preferirei sempre, ed è questa la mia assoluta decisione, di restare all’Estero finché le cose continuano a marciare nel modo attuale” [30].

Guarda con interesse ai rivolgimenti politici in corso nell’America centro-meridionale ed entra in contatto con l’ambiente progressista e rivoluzionario locale: “i Sandiniani del Nicaragua, i rivoluzionari Venezolani, gli anti-yanqui (negri) di Haiti”; contatti che prosegue ed intensifica dopo aver abbandonato “un paese così infelice come la Colombia” alla volta di quello che, in questi anni ancora a ridosso della rivoluzione, è un po’ il punto di riferimento principale per tutta la sinistra latinoamericana: il Messico. Continua naturalmente a mantenere stabili rapporti con i fuorusciti antifascisti e le loro strutture associative, e conosce proprio in Messico un giovane repubblicano fiorentino, Leopoldo Caroti [31], capitano di lungo corso e figlio del deputato comunista Arturo che muore nel 1931 esule in Unione Sovietica; proprio con Caroti parte nel settembre 1931 per l’impresa finale.

4. La spedizione in Venezuela

Già in Colombia, Mastio ha stretto rapporti con l’ambiente degli esuli venezuelani che si raccolgono nel PRV, il Partido Revolucionario Venezolano e lottano contro la dittatura militare che il presidente Juan Vicente Gómez ha instaurato dal 1908 nel paese propugnando “l 'instaurazione della repubblica e l'emancipazione sociale dei contadini, degli operai e dei soldati, sui quali ultimi poggiava, mediante l’inganno e i benefici economici della milizia, il dominio del dittatore venezuelano” [32]. Esponenti principali di questa corrente d’opposizione sono l’ex ministro Carlos Leòn e il generale Rafael Simon Urbina, che ha assunto il nome di battaglia di Carlos Martìnez; ad essi si deve il progetto della spedizione militare volta a provocare nel paese un’insurrezione popolare, una marcia su Caracas e la conquista del potere, alla quale partecipano Mastio e Caroti.

La spedizione parte da Veracruz il 30 settembre 1931; Urbina-Martìnez ha reclutato operai messicani dando loro ad intendere di dover andare a lavorare in un campo chiclero sito in una regione messicana chiamata Quintana Roo; all’uopo ha noleggiato un piroscafo, il Superior. In alcune casse, nelle quali egli afferma trovarsi le macchine necessarie all’estrazione della gomma, son chiuse le armi: fucili Mauser e sette carabine Thompson. La mattina successiva Urbina si impadronisce della nave il cui comando passa al capitano Caroti. Si fa rotta quindi per il Venezuela, dopo aver guadagnato la più o meno spontanea adesione degli operai messicani e aver iniziato a bordo la preparazione militare. I capi discutono sulla conduzione dell’impresa, e vi sarebbero state “durante las discusiones sobre este punto, propuestas tan descabelladas de parte de los dos italianos, que provocaron verdadera hilaridad entre Venezolanos y mexicanos” [33].

Cosa ha spinto i due antifascisti italiani ad imbarcarsi in un’impresa dal sapore mazziniano (o meglio, pisacaniano, come scrive Brigaglia), ma che nondimeno non riesce a evitare di mostrare per diversi aspetti una certa avventatezza ? Quanti hanno scritto sinora su Mastio hanno lasciato intendere - almeno come arrière-pensée - quello che “El Universal” scrive a chiare lettere, e cioè che i due italiani fossero delle teste piuttosto calde, partite molto più per amore dell’azione fine a se stessa e per un malinteso spirito di avventura che sulla base di riflessioni ponderate.

L’episodio, malgrado tutto, è ancora poco studiato: in mancanza di documenti ufficiali – che possono essere reperiti solo attraverso ricerche in Messico e Venezuela -  la sua ricostruzione viene fondata esclusivamente sul resoconto di “El Universal” [34]; per quanto riguarda le ragioni dei due italiani, mentre si conoscono le ultime lettere inviate da Caroti alla famiglia, è andata perduta la lettera-testamento indirizzata da Silvio Mastio a Lussu, che la perse con tutte le sue carte in seguito alla fuga dalla Francia dopo l’occupazione tedesca.

È chiaro anzitutto che due repubblicani, anzi due mazziniani, - tali erano Caroti e Mastio - non potevano non considerare quale valore positivo, anzi dovere inderogabile, unire le loro forze a quelle di un movimento rivoluzionario che, a prescindere dal paese e dal continente, lottasse per la libertà di un popolo. Gli esempi in tal senso provenienti dalla storia della democrazia repubblicana sono talmente tanti che non mette conto diffondervisi: ultime fra tutte, all’alba della prima guerra mondiale, la spedizione garibaldina nelle Argonne e, prima ancora, il sacrificio di un pugno di giovani repubblicani – fra cui il segretario della FGRI - che vanno ad arruolarsi sotto le bandiere della Serbia aggredita, cadendo in battaglia a Višegrad poche settimane più tardi [35]. L’adesione alla spedizione Urbina in questo senso non sembra nemmeno troppo azzardata o improvvisata: della conoscenza dei circoli rivoluzionari del Venezuela da parte di Mastio fin dai tempi della Colombia si è già detto, ed è probabile che contatti organici fra l’uno e gli altri si fossero sviluppati sin da allora; pare anzi che l’antifascista sardo fosse regolarmente iscritto al PRV.

Tra l’altro, se guardiamo gli scritti di Mazzini, troviamo una lettera a Nicola Fabrizi che sembra precorrere passo passo la spedizione venezolana di Mastio e Caroti. Ai primi del 1857, sono in corso i preparativi per la sfortunata spedizione di Carlo Pisacane; Mazzini critica la tendenza dei repubblicani italiani

“di non osare abbastanza, di non fidare nell’ignoto, fondati su qualche cosa ch’è noto, lo spirito del tempo, la tendenza generale. Noi vogliamo far tutto per cospirazione, per disegni strategici, con una cifra di forze definita e chiara davanti a noi, senza pensare abbastanza che le forze esistono, e si tratta di metterle in moto coll’entusiasmo, coll’impreveduto” [36].

Nel rilanciare il valore dell’azione diretta, dell’azione esemplare che in una situazione esplosiva come quella italiana può avere un effetto imprevedibilmente positivo, Mazzini rievoca un episodio del 1848:

“Ma un mezzo facile e spedito, e che non so perché non s’adotti mai, è quello col quale prendemmo noi un Vapore sul Lago Maggiore alla fine del ’48: dodici o quattordici passeggeri risoluti, con armi corte, prendono un Vapore mercantile in alto mare, ignorandolo tutti, senz’ombra di difficoltà: hanno tra i loro un intelligente di marina; e fanno dirigere il Vapore dove loro piace. [..]Non credo aver bisogno d’indicarti i particolari della sorpresa: la distribuzione dei viaggiatori intorno al capitano – al timoniere – al gabinetto, se v’è, ov’è generalmente qualche arme, etc. Studia l’idea, e vedrai ch’è più che fattibile: non s’uccide, ben inteso, anima viva. E ti ripeto, ne ho l’esperienza pratica” [37]

L’improvvisazione militare che avrebbe caratterizzato l’impresa e soprattutto la condotta di Urbina può anche aver riscontri nella realtà dei fatti; e può anche darsi che in Mastio e Caroti parlassero soprattutto l’entusiasmo e la generosità. Sicuramente Mastio non era del tutto sprovveduto in fatto di cultura militare: aveva prestato servizio di leva a Roma negli anni 1921-1922 come sergente allievo ufficiale [38] ma soprattutto, secondo quanto scrive Cesare Pintus, “pur essendo antimilitarista convinto studiò sempre sin dagli anni della sua prima giovinezza, libri di tattica, di logistica, di balistica, di organizzazione militare”. Questo interesse risponde a un ben preciso imperativo ideale le cui radici profonde si possono agevolmente identificare nella tradizione democratica che - non si dimentichi - conta una lunga esperienza di lotta contro la monarchia, prima che contro il fascismo.

 “Era in lui ferma la convinzione -prosegue Pintus- che la libertà in Italia si potesse conquistare soltanto con la lotta sulle piazze e logicamente avvertiva la necessità di addestrarsi in quei campi la cui conoscenza avrebbe potuto un giorno giovargli, in un’eventuale azione rivoluzionaria” [39].

C’è una linea di continuità, dunque, fra l’avanguardista repubblicano di Cagliari nel tardo autunno 1922 e il “Mayor del Ejercito y Jefe de los granaderos” della spedizione rivoluzionaria nel 1931. E d’altra parte Lussu - alla cui stessa figura si adatta perfettamente la citazione da Pintus, con in più l’esperienza della Brigata Sassari, e che di guerra rivoluzionaria può essere considerato un esperto - ebbe a scrivere nel 1970 a Carlo Mastio che l’impresa del fratello non era seconda neanche a quelle – già allora celebratissime - del Che [40].

Ma soprattutto alla base della condotta di Mastio e Caroti c’è un altro elemento considerevole, e lo si ricava dai ricordi di Lussu circa l’ultima lettera di Silvio: informandolo sull’impresa, gli comunicava che sperava dal costituendo governo democratico del Venezuela appoggi politici e finanziari per la lotta antifascista in Italia, e pare che promesse in tal senso avesse effettivamente ricevuto da Carlos Leòn [41]. Mastio parte dunque per il Venezuela con occhi rivolti all’Italia e alla battaglia contro il fascismo che “Giustizia e Libertà” ha rilanciato, che egli stesso non ha mai abbandonato e alla quale, proprio nel momento di crisi seguito agli arresti del 1930, desidera dare un contributo pratico [42].

L’11 ottobre il Superior giunge a destinazione. Lo sbarco non avviene, come si era pensato, a Puerto Vela, una località marittima a pochi chilometri da Coro, la capitale dello stato di Falcón, nel settentrione del paese, che Urbina intende occupare per lanciare da lì il segnale dell’insurrezione. Forse con il presentimento di una delazione - e non senza motivo, visto che ad attenderli a Puerto Vela vi sono ingenti forze militari - i rivoluzionari prendono terra a Puerto Zamora, un centinaio di chilometri ad ovest di Coro, dopo un breve tiroteo con i doganieri che li avevano scambiati per contrabbandieri; il giorno successivo si impadroniscono della cittadina di Capatarida. A questo punto inizia una serie di errori che compromettono l’esito della spedizione, dovuti secondo il resoconto di “El Universal” all’imperizia di Urbina. Contro il parere degli jefes messicani, che avrebbero voluto far raggiungere ai 140 uomini costituenti la colonna le zone montuose della sierra per fare di esse il quartier generale della guerriglia, il generale venezolano ritiene di poter dare direttamente battaglia all’avversario con un’azione frontale, ed impone di dividere le forze in due colonne che avrebbero dovuto separatamente dirigere su Coro.

Mastio e Caroti fanno parte della colonna più piccola, composta da circa una quarantina di uomini; nel pomeriggio del 12 ottobre, dopo poche ore di marcia, essa cade in un’imboscata tesa dalle forze governative in una località chiamata La Rinconada. Malgrado la tenace resistenza opposta per due ore ad un nemico preponderante per numero, essa viene praticamente annientata. Secondo una lettera successivamente indirizzata da Carlos Leòn alla famiglia, Mastio muore alle ore 15 del 12 ottobre 1931; “su valor heroico lo llevò a la muerte”, scrive il leader del PRV: per quanto ferito e malgrado gli stessi compagni lo inducessero ad allontanarsi, egli non volle abbandonare il campo di battaglia e continuò a combattere fino alla morte, animando con la parola e l’esempio i subalterni. Il manifesto lanciato, a spedizione conclusa, dal Comitato esecutivo del Partido Revolucionario Venezolano afferma che “digno hijo de Garibaldi...el doctor Silvio Mastìo, haciendo honor a la bandera antifascìsta italiana, exclamò «Viva la Revoluciòn!» al sentirse presa de la muerte” [43]. I soldati di Gómez bruciano il suo corpo insieme a quelli degli altri compagni caduti, tra i quali, anche se non vi sono attestazioni ufficiali, pare debba annoverarsi anche Leopoldo Caroti. La spedizione fallisce nel giro di pochi giorni, dopo alcuni scontri armati con le truppe governative; i messicani superstiti rientrano in patria qualche mese dopo.

La notizia della morte di Silvio giunge a Cagliari molti mesi dopo, ed è strano che la lettera di Leòn che ne dà l’annuncio non venga intercettata, tanto che la polizia fascista sembra fino alla fine ignorare il destino del giovane oppositore fuoruscito, del quale ancora all’inizio della seconda guerra mondiale si cerca di scoprire le tracce [44].

5. La memoria

Non si può dire che la memoria del repubblicano antifascista Mastio abbia conosciuto particolare fortuna. Uscito debolissimo dalla guerra il partito in cui aveva militato; divisi anche i sardisti, in particolare con l’approdo alla sponda socialista del complesso percorso politico di Emilio Lussu; rimasti senza esito i tentativi per diffonderla e valorizzarla nell’immediato dopoguerra [45], manca una parte politica che rivendichi a sé questa memoria. Nel giro di pochi anni, essa rimane circoscritta alla dimensione dei familiari e di pochi amici, che la conservano con passione e devozione  anche per i suoi caratteri di epopea, ma non riescono a trovare i canali per radicarla nella coscienza collettiva [46]. Un ritorno di attenzione si ha con la pubblicazione nel 1970 del già ricordato saggio di Schiavetti e con le ricerche che egli conduce per reperire la documentazione; ma la scomparsa quasi immediata dell’autore ne limita la risonanza. Alla conoscenza della figura di Mastio offrono un fondamentale contributo le pagine che Manlio Brigaglia gli dedica nei suoi già ricordati scritti su Lussu e sull’antifascismo sardo; si tratta tuttavia di testi ormai abbastanza lontani nel tempo, poco noti al di fuori dell’ambiente degli studiosi [47]. La crisi della cultura antifascista fra gli anni Ottanta e Novanta dello scorso secolo fa il resto. Da parte istituzionale l’assenza non è inferiore: a Cagliari, l’amministrazione comunale intitola a Mastio una via di Pirri, in un quartiere la cui odonomastica ricorda uomini e fatti della storia risorgimentale (ma anche partigiani come Leandro Corona). Né su quella che era stata la sua casa, in corso Vittorio Emanuele 28, né altrove c’è una pietra che lo ricordi. Nel 2006 cadrà il settantacinquesimo anniversario della morte di Silvio Mastio: può essere un’occasione per restituire alla comunità cagliaritana e sarda il ricordo di un uomo le cui idee, la cui azione e soprattutto i valori di libertà e solidarietà fra i popoli che l’hanno ispirata non hanno perso la loro attualità.

Note
 

[1] Cesare PINTUS, Silvio Mastio, “Il Convegno”, Cagliari, n. 5, maggio 1946, pp. 3-9. Sulla figura di Cesare Pintus: Aldo BORGHESI, Cesare Pintus: il repubblicano; l’antifascista (relazione tenuta in occasione della commemorazione pubblica di Cesare Pintus, presso l’Aula del Consiglio comunale di Ca­gliari ad iniziativa dell’Associazione Culturale "C. Pintus", il 3 giugno 1988; pubblicata  con il titolo Per una biografia di Cesare Pintus democratico e mazziniano, "Ichnusa", a. IX, n.s., n. 21, novembre-dicembre 1990, pp. 68-­77); Cesare Pintus e l’Azionismo lussiano a cura di Gianfranco Murtas, Cagliari, Eidos, 1990.

[2] Ibidem.

[3] “L’Iniziativa”, 4 gennaio 1919.

[4] Sulla storia del Partito Repubblicano Italiano negli anni del dopoguerra: Santi FEDELE, I repubblicani di fronte al fascismo (1919-1926), Firenze, Le Monnier, 1983. Per un panorama complessivo sulla storia del movimento repubblicano in Sardegna, in: Aldo BORGHESI, Il Partito Repubblicano Italiano, in La Sardegna a cura di Manlio Brigaglia, Cagliari, Edizioni della Torre, 1982, vol. II, L’autonomia, pp. 139-141; Il movimento democratico e repubblicano nella Sardegna contemporanea. Studi in onore di Michele Saba, "Archivio Trimestrale", Roma, a. XI, n. 3 (Atti del convegno tenuto a Sassari il 30 marzo 1985 per iniziativa dell’Unione Comunale del PRI). Sulla storia del movimento repubblicano in Sardegna tra l’inizio del secolo e il fascismo: Francesco ATZENI,  I repubblicani in Sardegna. Dalla fondazione del PRI alla grande guerra, Roma, Edizioni Archivio Trimestrale, 1988; Aldo BORGHESI, Il movimento repubblicano in Sardegna dalla I guerra mondiale al fascismo, in: Il movimento democratico e repubblicano nella Sardegna contemporanea, cit.; ID., Movimento repubblicano e Partito Sardo d’Azione tra guerra e fascismo, in: Il Partito Sardo d’Azione nella storia della Sardegna contempora­nea, Sassari, Lorziana, 1993. Sul movimento repubblicano a Cagliari tra Otto e Novecento: Gianfranco MURTAS, L’edera sui bastioni, I repubblicani a Cagliari nell’età di Bacaredda, Cagliari, Le Volpi, 1988.

[5] “Il Risveglio dell’Isola”, 20 e 22 luglio 1919; “L’Unione Sarda”, 20 luglio 1919.

[6] “Il Risveglio dell’Isola”, 31 luglio 1919; “L’Unione Sarda”, 6 agosto 1919.

[7] “L’Iniziativa”, 20 settembre 1919.

[8] ivi, 4 luglio 1920.

[9] “Il Risveglio dell’Isola”, 28 giugno 1920; “L’Iniziativa”, 4 luglio 1920.

[10] Silvio MASTIO, Ai repubblicani della Sardegna. In tema di organizzazione, “L’Iniziativa”, 8 agosto 1920. Cfr. inoltre: Fernando SCHIAVETTI, Un episodio dell’antifascismo repubblicano: l’attività antifascista di Mastio e Caroti nel Centro America, “Movimento di Liberazione in Italia”, n. 97, ottobre-dicembre 1969, pp. 54-55; sul quale: F[austo] N[itti], Nello spirito del Risorgimento il sacrificio di due italiani, “Patria indipendente”, a.XIX, n.5, 29 marzo 1970. Sull’azione di Fernando Schiavetti come segretario del PRI: S.FEDELE, I repubblicani di fronte al fascismo, cit.

[11] Sul filosofo repubblicano federalista sardo Giovanni Battista Tuveri, era allora da poco comparso il saggio di: Gioele Solari, Per la vita e i tempi di Giovanni Battista Tuveri, “Archivio Storico Sardo”, Cagliari, vol.XI, 1915, pp.33-151. Per gli studi successivi, si rimanda a: “Quaderni sardi di filosofia e scienze umane”, Sassari, a.V, 1984-85, n.13/14  (fascicolo interamente dedicato a Giovanni Battista Tuveri filosofo e politico) ed alla raccolta in più volumi di Tutte le opere, pubblicata dall’editore Delfino di Sassari a partire dal 1990 per la cura di Aldo Accardo, Luciano Carta et al.

[12] Gli interventi di Fernando Schiavetti e Silvio Mastio, dall’identico titolo (La libertà d’insegnamento), appaiono rispettivamente sui nn. dell’11 e 18 luglio e del 15 agosto.

[13] Gonario PINNA, Attività in Sardegna, “L’Iniziativa”, 5 settembre 1920.

[14] Su tutta la vicenda, cfr. A.BORGHESI, Il movimento repubblicano in Sardegna dalla I guerra mondiale al fascismo, cit.; ID., I repubblicani sardi fra interventismo, guerra, movimento dei combattenti (1914-1926), Cagliari, "Bollettino Bibliogra­fico Sardo e Rassegna Archivistica della Sardegna", n. 11-12, 1989, pp. 67-78.

[15] “La Voce Repubblicana”, 30 aprile 1921.

[16] La notizia è riportata da “Il Solco”, “La Nuova Sardegna”, “Il Risveglio dell’Isola” del 3 maggio 1922.

[17] C.PINTUS, Silvio Mastio, cit.

[18] “La Nuova Sardegna”, 4-5 febbraio 1924.

[19] Dopo la fusione tra sardisti e fascisti. Un amaro ammonimento del dott. Bellieni, 6 febbraio 1923; I pericoli dell’agnosticismo politico, 9 febbraio 1923.

[20] Sulla ricca bibliografia dedicata alla figura di Emilio Lussu e alla sua azione di leader dell’antifascismo in Sardegna, in Italia e in Europa, ci si limita qui a fare riferimento a: Giuseppe Fiori, Il cavaliere dei Rossomori. Vita di Emilio Lussu, Torino, Einaudi, 1985; e alla recente antologia: L’uomo dell’altipiano. Riflessioni, testimonianze. Memorie su Emilio Lussu a cura di Eugenio Orrù e Nereide Rudas, Cagliari, Tema, 2003.

[21] Dei suoi rapporti con Mastio, l’ormai anziano senatore Lussu lascerà testimonianza nel carteggio con il fratello minore di Silvio, Carlo, intercorso tra il 1969 e il 1970, quando Lussu stesso si preoccupa di reperire materiale che possa essere utilizzato da Schiavetti per la stesura del cit. saggio. Carlo Mastio ha donato tale carteggio (13 lettere di Lussu, fotografie, ritagli di giornale) all’Archivio di Stato di Cagliari; alla cortese disponibilità della direttrice e del personale l’A. deve la consultazione e riproduzione del materiale.

[22] L’A. deve alla cortesia della signora Luisa Sanna Mastio (figlia del fratello maggiore di Silvio, Francesco) l’aver avuto la possibilità di visionare la foto e citare il testo della dedica. Il riferimento a Villa Glori è in: Manlio BRIGAGLIA, Emilio Lussu e Giustizia e Libertà, Cagliari, Edizioni della Torre, 1976, p. 57; ripreso in: ID., Silvio Mastio: il ragazzo di Cagliari che morì per la libertà del Venezuela, in L’antifascismo in Sardegna a cura di M. Brigaglia, F. Manconi, A. Mattone e G. Melis, idem, 1986, vol. I, pp. 193-197. Lo stesso Autore si era già occupato di Mastio in un articolo apparso dopo la pubblicazione del saggio di Schiavetti (Manlio BRIGAGLIA, Il sacrificio di Silvio Mastio, “L’Edera”, Cagliari, a.II, n.5, 11-30 marzo 1970).

[23] “Sardegna”, “quotidiano politico della sera”, esce a Cagliari tra il 22 marzo e l’11 aprile 1924; Mastio vi pubblica il resoconto di un giro di comizi in provincia al fianco di Emilio Lussu (In giro di propaganda con l’on.E.Lussu, n. 11, 3 aprile 1924).

[24] Manlio BRIGAGLIA, Silvio Mastio, cit., p. 194.

[25] “Il Solco”, 16-17 marzo 1925; “La Nuova Sardegna”, 17-18 marzo 1925.

[26] Ci si riferisce all’assalto di squadre fasciste all’abitazione e allo studio del deputato sardista, che reagisce uccidendo uno degli assalitori; viene arrestato e, in seguito ad una clamorosa sentenza di proscioglimento in istruttoria emanata malgrado pesanti pressioni politiche, assegnato al confino di Lipari, da cui evaderà insieme a Carlo Rosselli e Fausto Nitti: A morte Lussu! a cura di Salvatore Pirastu, Cagliari, ANPPIA, 1995; G.FIORI, Il cavaliere dei Rossomori, cit.

[27] Archivio Centrale dello Stato, Fondo Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Casellario Politico Centrale [d’ora innanzi ACS, CPC], b. 3144, Silvio Mastio. All’inizio del 1924, Mastio era stato coinvolto in una ventata di perquisizioni insieme ad altri esponenti dell’opposizione cagliaritana; cfr.: “La Nuova Sardegna”, 4-5 febbraio 1924; Salvatore SECHI, Dopoguerra e fascismo in Sardegna. Il movimento autonomistico nella crisi dello Stato liberale (1918-1926), Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1969, p. 485.

[28] C.PINTUS, Silvio Mastio, cit.

[29] ACS, CPC, Silvio Mastio; una testimonianza del costante “interessamento” a Mastio da parte della polizia è offerta anche dal fatto che egli figura ai primi posti nell’Elenco nominativo dei componenti la sezione dell’associazione del partito repubblicano compilato nella primavera del 1931 e trasmesso dalla R. Prefettura di Cagliari alla Direzione Generale della P.S. il 22 aprile dello stesso anno, forse nel quadro dell’inchiesta sul centro sardo di “Giustizia e Libertà”; Mastio vi viene definito come “propagandista ,violento e poco rispettoso verso le autorità”; cfr. ACS, CPC, Cesare Pintus.

[30] ACS, CPC, Silvio Mastio; questa e le notizie successive sui rapporti di Mastio con l’ambiente politico latino-americano son tratte da una lettera al fratello Francesco (“Cicito”) da Barranca Bermeja (Colombia), datata 14 settembre 1930, intercettata dalla polizia e conservata in copia nel cit. fascicolo del CPC.

[31] ACS, CPC, ad nomen.

[32] F.SCHIAVETTI, Un episodio, cit., p. 56. Sulla storia del Venezuela e la situazione del paese sotto la dittatura di Gómez: Giovanni CASETTA, Colombia e Venezuela. Il progresso negato (1870-1990), Firenze, Giunti, 1991.

[33] “El Universal”, Mexico D.F., 27 e 28 de enero de 1932; le copie del giornale messicano –contenente un “vivido relato” della spedizione rivoluzionaria in Venezuela sulla base di quanto riferito da alcuni superstiti rimpatriati in Messico, che ha costituito la fonte principale per tutti gli scritti su Mastio sin qui citati – sono conservate in: Archivio di Stato di Cagliari, Donazione Carlo Mastio (d’ora innanzi DCM).

[34] Il resoconto del giornale messicano, fortemente critico nei confronti di Urbina che giunge a tacciare di vigliaccheria, tende al contrario ad esaltare il coraggio e le capacità militari dei combattenti messicani.

[35] Sui due episodi e il rilievo che ebbero nella campagna condotta dai repubblicani per l’intervento: Oliviero ZUCCARINI, Il Partito repubblicano e la guerra d’Italia, Roma, Edizioni de “L’Iniziativa”, 1916.

[36] Lettera di Giuseppe Mazzini A Nicola Fabrizi, Malta, [da Londra], 19 gennaio 1857; è in: Giuseppe MAZZINI, Opere. I. Lettere, a cura di Luigi Salvatorelli, Milano, Rizzoli, 1967 (c1938), pp. 665-667.

[37] Ibidem.

[38] ACS, CPC, ad nomen.

[39] C.PINTUS, Silvio Mastio, cit.

[40] DCM, lettera di Emilio Lussu del 31 gennaio 1970. Al tema della guerra rivoluzionaria Lussu dedica anche un’interessante opera teorica: Emilio LUSSU, Teoria dell’insurrezione, Milano, Jaca Book, 1969 (prima edizione: Parigi, Edizioni Giustizia e Libertà, 1936).

[41] C.PINTUS, Silvio Mastio, cit.

[42] Sulla caduta del centro interno di Giustizia e Libertà, nell’autunno 1930: Una spia del regime. Documenti e testimonianze a cura di Ernesto Rossi, Milano, Feltrinelli, 1955 (nuova edizione con il titolo Una spia del regime. Carlo del Re e la provocazione contro Giustizia e Libertà, Torino, Bollati Boringhieri, 2000).

[43] Sia la lettera s.d. di Carlos Leòn, sia il manifesto El P.R.V. al pueblo venezolano, Mexico, D.F., abril de 1932, sono conservati in DCM.

[44] ACS, CPC, ad nomen.

[45] Oltre al già cit. saggio di Pintus su una rivista culturale che riscuote un certo prestigio nell’ambito cittadino, sono attestati contatti fra Carlo Mastio e Michele Saba, leader del Partito Repubblicano in Sardegna nel dopoguerra, che aveva conosciuto Silvio prima del fascismo.

[46] Emilio Lussu, che tra questi amici costituisce la figura di maggiore rilievo pubblico, ricorda Silvio Mastio in un intervento parlamentare, il 13 maggio 1954 in Senato, in sede di discussione di un’interrogazione da lui presentata al Ministro dell’Interno circa l’espulsione dall’Italia di cinque studenti venezuelani e messicani. Nel protestare contro il provvedimento, motivato solo dall’impegno politico degli espulsi e contrario all’art. 10 della Costituzione, dopo aver presentato un quadro della situazione politica del Venezuela, ricorda che esso “è uno dei paesi dell’America latina più crudelmente gettati nella lotta politica e in cui regolarmente l’autorità militare soffoca tutti i moti di aspirazione democratica. Io annovero tra i miei amici più cari un laureato in chimica, il dottor Silvio Mastio, di Cagliari, che è morto combattendo per la libertà del Venezuela in una insurrezione liberale, insieme a tanti italiani”: Emilio LUSSU, Discorsi parlamentari, Roma, Senato della Repubblica, 1986, v. II, pp. 1037-1042.

[47] Dalla pubblicazione degli scritti di Brigaglia ha origine anche l’interesse verso la figura di Mastio da parte dell’A. Pur essendo stato un attivo componente della sezione repubblicana di Cagliari negli anni Settanta, non gliene era fin allora pervenuta notizia nemmeno da un ambiente politico che si distingueva fra i partiti di allora per l’orgogliosa rivendicazione della propria memoria storica. Testimonianza di questo interesse è il contributo: Aldo Borghesi, Un mazziniano rivoluzionario nell'America Latina. Ap­punti per una biografia di Silvio Mastio, "Il Pensiero Mazziniano", Bologna, a. XLIV, n. 1, gennaio-marzo 1989, pp. 50-54.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
   
   
 
 
 

 

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