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Gavino Cherchi alla sua scrivania di preside. Andrea Cabassi -- La Resistenza sull’asse Parma - Ittireddu: Gavino Cherchi e gli altri.
Premessa.
Esistono vari pregiudizi sui rapporti tra Sardegna, Fascismo, guerra Resistenza e deportazione. Il primo è che il Fascismo (anzi il sardo-fascismo) abbia attraversato, leggero, l’isola senza produrvi danni eccessivi. Non è così e non lo fu per chi al regime si oppose. Secondo pregiudizio è che la guerra abbia toccato solo tangenzialemente la Sardegna. Non è così: i bombardamenti alleati rasero al suolo la città di Cagliari provocando morte e distruzione. Ed ancora: ci fu, alla Maddalena, una battaglia importante contro i tedeschi che, sovente, i libri di Storia dimenticano di raccontarci. Altro pregiudizio: non ci furono episodi legati alla Resistenza. Certo, la Resistenza non era e non poteva essere organizzata come al Nord. I sardi, però, combatterono tra le file della Resistenza in ogni parte d’Italia, come avevano combattuto in Spagna nelle file della Repubblica. Infine, ultimo pregiudizio: il numero dei deportati nei campi di concentramento fu molto basso. Pregiudizio smentito dagli studi e dalle ricerche di Aldo Borghesi esitate nel bellissimo saggio “Sardi nella deportazione” (contenuto in Mantelli, B; Tranfaglia, N; Aned: “Il libro della deportazione". VOL. II, pagg. 716-751).
In questo mio scritto vorrei soffermarmi sul pregiudizio che riguarda i sardi e la Resistenza centrando la mia attenzione su Gavino Cherchi di Ittireddu, dirigente della lotta al nazi-fascismo nel parmense e dei suoi compagni di lotta della zona. Mi avvarrò di studi storici, di una memoria che mi è stata trasmessa dalla mia famiglia di Parma, di documenti.
Gavino Cherchi e gli altri.
I mesi del Febbraio e di Marzo 1945 furono terribili e tragici per i gappisti e sappisti che operavano clandestinamente nella pianura parmense. Furono i mesi nei quali l’intera rete cospirativa rischiò di cadere.
Il 14 Febbraio venne arrestato Bruno Longhi. Quando, nel Settembre 1943, a Villa Braga di Mariano, un luogo poco distante dalla città di Parma, venne costituito il CNL, Bruno Longhi fu designato a rappresentarvi il Partito Comunista di cui era figura di spicco. Egli divenne il responsabile parmense del settore stampa e propaganda. Tutta la rete di distribuzione della stampa clandestina passava attraverso il suo lavoro. Non solo: per le sue grandi doti organizzative e il suo coraggio egli era a capo dell’organizzazione di ogni azione gappista e sappista che si svolgeva a Parma o nelle pianure circostanti. Come si può comprendere da questa poche righe un personaggio di grande importanza per la Resistenza.
Si dice che la causa del suo arresto fosse stata una delazione; si dice, anche, che la causa fosse stata una intercettazione di una telefonata di una telegrafista che apparteneva alle fila della lotta clandestina. Arrestata, venne torturata e, non resistendo alle torture, fece alcuni nomi tra cui quello di Longhi. Non si hanno notizie precise di come siano andate, realmente, le cose. Il dato di fatto è che Bruno Longhi venne arrestato e portato nella sede delle SD. Lì fu seviziato, bestialmente torturato, mutilato. Si dice che, mentre era fra le mani dei suoi carnefici, li dileggiasse in modo che le torture fossero sempre più terribili nella speranza che questo accelerasse la sua morte. Morte che sarebbe giunta come una liberazione e gli avrebbe impedito di fare nomi. E così accadde. Quando, in condizioni spaventose, fu riportato in cella dai suoi compagni, spirò tra le loro braccia senza aver parlato. Era il 15 Febbraio 1945.
Una delle principali collaboratrici di Bruno Longhi fu Enrichetta Cabassa, una delle mie cugine di parte materna (che, per uno strano capriccio del destino, ha il cognome che finisce in “a” invece che in “i” come il mio). Enrichetta era staffetta del Comando Piazza ed aveva il compito di smistare la stampa antifascista, di portare documenti da un parte all’altra della città, di fornire di cibo e danaro i partigiani che scendevano dalla montagna. Secondo quanto mi è stato tramandato dalla memoria familiare, Enrichetta aveva un profondo rapporto affettivo con Longhi (il marito risultava disperso di guerra), affinità elettive, grande affiatamento.
Dopo l’arresto e la morte di Bruno Longhi le maglie della repressione si strinsero anche su di lei, ormai identificata e bruciata.
Ricordo che mia madre e i miei zii mi hanno, più volte, narrato che, dietro un pendolo a muro appeso alle pareti di casa, Enrichetta conservava importanti documenti che gli erano stati consegnati da Bruno Longhi. Documenti che non furono mai trovati dai nazi-fascisti. Quel pendolo, che avrebbe ora un valore storico, rammento di averlo visto quando ero bambino per poi perderne le tracce, senza avere avuto la possibilità di ricostruirne i movimenti e recuperarlo.
I vertici del Partito Comunista decisero che Enrichetta avrebbe dovuto raggiungere i partigiani in montagna dove sarebbe stata più al sicuro che in città. Fu destinata alla 143° Brigata Garibaldi che operava a Palanzano di Monchio nell’alto Appennino parmense. La 143° Brigata non era altri che la ex 47°, immortalata dallo scrittore e pittore parmense Ubaldo Bertoli che scrisse un libro, appunto, intitolato “La quarantasettesima” e che considero uno dei meno retorici e più bei libri usciti sulla Resistenza. Pubblicato inizialmente da Einaudi è stato, recentemente, ristampato da “Monte Università di Parma” (Bertoli, U; La Quarantasettesima, Monte Università di Parma. Parma. 2006).
Fu mio zio ad accompagnare Enrichetta alla stazione delle corriere. Sovente mi parlava di quella partenza sottolineando come Enrichetta se ne andasse con la morte nel cuore, con la pesantezza di un lutto da portare, ma anche, con la consapevolezza che quella fosse l’unica soluzione possibile per non correre il rischio di cadere nelle grinfie dei nazi-fascisti. Purtroppo fu un viaggio con biglietto di solo andata perché l’inesperienza di alcuni partigiani o il destino si fecero beffe di lei.
In un crudele giorno dei primi di marzo, nei locali della scuola di Palanzano, dove era collocata la sede della 143°, Enrichetta armeggiava con un cassetto per estrarne documenti. Il cassetto non si apriva. Una “Ballerina” (che è uno speciale tipo di bomba a mano) vi si era incastrata. Enrichetta chiamò altri suoi compagni perché la aiutassero. Senza risultato. Venne chiamato il fabbro del paese, amico e fiancheggiatore dei partigiani. Nel momento in cui riuscì ad aprire il cassetto la “Ballerina” scoppiò perché qualcuno aveva dimenticato di mettere la sicura. Dilaniò il corpo di mia cugina e degli altri partigiani che erano presenti. Era l’8 Marzo 1945.
Nella sua breve vita di staffetta Enrichetta aveva, spesso, collaborato con Ines Bedeschi, di gran lunga la più importante staffetta che agiva nel parmense. Faceva parte del Comando Nord – Emilia. A lei venivano affidate le missioni più importanti e pericolose. Era in stretto contatto con Gavino Cherchi che era il capo del settore informativo del movimento clandestino.
Gavino era migrato da Ittireddu a Parma dove insegnava al Liceo Classico Romagnosi (che è lo stesso liceo che io ho frequentato nei miei anni giovanili). A Parma aveva aderito, da subito, al movimento clandestino fino ad arrivare ad assumere i delicati ed importanti incarichi dirigenziali di cui ho parlato più sopra.
Non si sa se fu per una delazione, se fu un amico a tradire Gavino, se Gavino e Ines fossero già nel mirino dei nazisti dai giorni dell’arresto di Bruno Longhi (essendo Longhi, Enrichetta, Ines Bedeschi, Gavino Cherchi tutti in contatto tra loro); il fatto è che vennero arrestatati in quei crudeli giorni di Marzo e portati nella sede della SD. Entrambi vennero sottoposti, a lungo, a terribili torture. Nessuno dei due parlò, a nessuno dei due sfuggì un nome. Quando i loro carnefici si resero conto che non avrebbero mai parlato li condussero sulle rive del Po, tra i paesi di Sacca e Casalmaggiore. Lì vennero fucilati e i loro corpi gettai nelle acque del grande fiume. Era il 28 Marzo 1945.
Gavino Cherchi Gavino Cherchi: il viaggio più lungo.
Il 27 Aprile 2003 la nipote di Gavino Cherchi, Gavina Cherchi -- allora docente all’Università di Siena -- invitata dal Circolo Grazia Deledda di Parma (del cui Direttivo faccio parte come membro non sardo) commemorò lo zio con un discorso di straordinaria bellezza, privo di qualsiasi retorica e impregnato di una forte tensione etica. Lo riporto, qui, integralmente.
“Un tempo chi partiva da Ittireddu, quel piccolo paese in Sardegna in cui comincia la storia di Gavino Cherchi, veniva accompagnato dai parenti e dagli amici fino alle grandi querce sempreverdi che sorgono appena fuori dall’abitato, oltre il cimitero, le querce degli addii. Quegli alberi dalla chioma densa, cupa, fittamente intrecciata, erano la soglia oltre la quale chi partiva, salutati gli amici e quelli del suo sangue, cominciava da solo il suo viaggio.
Oltre quella soglia custodita dalle grandi querce, la strada discende in lieve pendio verso la distesa ondulata del mare di grano e di erbe della pianura di Chilivani, ed oltre ancora verso quella del grande mare salato che stringe, accarezza e tormenta l’isola. Il mare che separa e unisce, odiato e amato, il mare delle partenze e dei ritorni, della separazione, dell’attesa. Chiunque sia nato in un’isola questo lo sa. Ed il mare, che intorno all’isola di Sardegna si estende immenso, ora ostile ora mansueto, è allo stesso tempo, da sempre, chiusura e apertura al resto del mondo, ostacolo e mediazione. Quelle acque che si estendono a perdita d’occhio sono per noi isolani un paradosso che allontana e che avvicina, che separa e che lega, sono il passaggio, la soglia da oltrepassare, per andare altrove come per tornare a casa. Sono anche il luogo di un possibile sperdimento, del non-ritorno, delle odissee, dell’assenza come destino. Chi viaggia per mare procede verso sponde invisibili, e diventa in un certo senso lui stesso invisibile, e come sospeso in quello spazio e in quel tempo sospesi e transitori che si dilatano fra due mondi, quello da cui si parte e quello cui si giunge, quello che si lascia e quello cui si ritorna.
La storia di Gavino Cherchi, è quella di chi non ha fatto ritorno, di chi il mare non ha ricondotto a casa, di chi resta lontano, invisibile, assente, ma sempre atteso. Io che racconto questa storia sono una del suo sangue, e questa storia l’ho ricevuta in dono, assieme al nome che porto, da mio padre Sebastiano, che del fratello Gavino ha condiviso l’infanzia nell’isola, e la giovinezza a Parma, le scelte difficili e necessarie della lotta partigiana, ed è stato sul punto di condividerne la sorte. Parlo dunque con la sua voce, e con quella di quelli del suo sangue, la madre, gli altri fratelli, la sorella, tutti coloro che non hanno mai smesso di pensare a lui, di cercarlo, di attenderlo.
Questo continuano a dire i documenti, le lettere, le fotografie, le testimonianze: frammenti, relitti di un naufragio, reperti del caso, approdati chissà come alla nostra riva. Il 6 giugno del 1945 la madre scrive al figlio, il figlio morto, ucciso il 28 di marzo, all’età di trentatre anni, e lo rimprovera amorosamente, concitatamente: 'Figlio carissimo, possibile da quando Parma è libera, perché non hai mandato nessuna notizia né a casa né alla tua fidanzata. Siamo troppo preoccupati. (…) appena ricevi la presente scrivi telegraficamente a Paola che poi lei la recapita a noi. Non fare a meno. (…) Abbiamo ricevuto da Sebastiano e Nicolino, da Luigino e Tonino niente. Baci cari da tutti. Tua mamma.' Sembra sapere, questa donna, che Gavino (non gli altri due di cui pure non ha notizie) è il figlio che non tornerà più, ma lotta contro questa tremenda eventualità. L’inquietudine la induce il giorno successivo (7 giugno) a telegrafare al Liceo Romagnosi: 'Prego darmi notizie mio figlio professor Gavino Cherchi. Ringraziamenti. Ossequi. Luisa Cherchi'. La risposta è ancora conservata presso gli archivi della scuola 'Arrestato e deportato dai tedeschi febbraio 1945. Mancano altre notizie' ; il riferimento alla deportazione è una pietosa integrazione dell’ultimo momento, che diventerà per quella madre un appiglio vitale: chi è deportato può dar notizie di sé, può tornare. Infatti darà notizie di sé il figlio Luigi, dal Continente, e tornerà, malridotto ma vivo, dalla prigionia in Germania, il figlio Tonino.
Quest’ultimo, ormai in salvo, in paese, presso la madre, scrive, in agosto, al fratello Nicolino che vive a Spezia: 'Circa Gavino non dobbiamo disperare dato che in Germania si trovano ancora molti stranieri e specie italiani in attesa di rimpatrio. Io da parte mia faccio opera persuasiva e di conforto nei riguardi di mamma che vede sempre le cose dal lato peggiore'. E’ noto, egli argomenta, che le lettere viaggiano lentamente 'perciò non c’è da allarmarsi se non giunge posta da Gavino'. I fratelli, che si erano persi durante gli anni della guerra, a guerra terminata si cercano, si scrivono. Anche Nicolino ai primi di giugno scrive a Gavino: sta bene, è riuscito a sfuggire ai rastrellamenti delle 'famigerate brigate nere', a portare in salvo la famiglia, vuole andare, nonostante le difficoltà nel trovare una nave per l’isola, a far visita alla madre: 'Appena mi sarà possibile (…) Da Spezia partono saltuariamente dei natanti diretti anche a Cagliari e a La Maddalena. Se posso approfitterò di detti mezzi, caso contrario (…) m’imbarcherò sul treno che mi porterà a Civitavecchia, indi via mare ancora, per Olbia. Tu cosa conti di fare? Vuoi subito recarti [laggiù] per riabbracciare e impalmare la tua Paoletta? A mio avviso faresti bene. (…) Al ricevere della presente rispondimi subito e dammi tue notizie e di Sebastiano'. Questa lettera, indirizzata a Gavino presso il Romagnosi, gli sarà restituita a luglio dal preside di allora, che scrive: 'Lei saprà certamente che il Professor Gavino Cherchi è stato deportato dai Tedeschi e non si ebbero alc’altra notizia di lui'. Il riferimento così netto alla deportazione alimenterà per molto tempo un’ambigua speranza, tormentosa, insopportabile: 'La mamma, scrive Tonino, a novembre, ha i suoi continui pianti…l’incertezza sui fatti riguardanti la fine di Gavino ci rende tutti crudelmente tristi…'.
L’incertezza sembra dileguarsi quando nel 1949, si presenterà ad Ittireddu un tale, reduce da un campo di concentramento in Russia, incaricato, afferma, dallo stesso Gavino, suo compagno di prigionia: il fratello Cicito ne riferisce a Nicolino come 'di un fatto indiscutibile, dati tutti i particolari che (…) ci ha dato di Gavino, a cominciare da un segno particolare che Gavino ha ad un braccio, (…) una cicatrice prodotta sin da bambino da una scottatura (…), della statura, dei piccoli nei, del naso e persino del carattere, più ci ha raccontato tutta la sua sventura dal giorno che è stato preso dai tedeschi, e fino all’internamento in Russia, tutte cose che corrispondono a verità. Insomma non c’è da dubitare in ciò che è venuto a raccontarci'. A ben vedere, è un Gavino stereotipato, convenzionale, che viene evocato: tutto bianco sia nei capelli che nella barba, zoppica, lavora in una officina meccanica, è dimagrito, ma 'prende il destino con filosofia', passa il tempo libero con altri sardi, 'cantando le poesie dei nostri improvvisatori, ballando il ballo sardo e giocando alle carte, e qualche volta tiene dei discorsi contro Mussolini'. Eppure ciò che suona strano, improbabile, acquista coerenza perché preannuncia il ritorno di Gavino: 'Pensate la gioia di Mamma e di tutti noi. Adesso cosa possiamo fare? Vedete se sia il caso di interessare qualcuno per il suo rientro in famiglia.' Ma presto si scopre (come è accaduto in ogni tempo e mille volte in quegli anni) che il sedicente reduce è un impostore, un 'puro lazzarone' come scrive immediatamente Cicito sempre al fratello Nicolino 'che va in giro per i paesi dicendo di conoscere tutti quelli che mancano, e sfruttando le famiglie, spillando dei quattrini'.
Sparito lui, sparisce l’illusione e le cose tornano ad essere 'come prima': disperate e oscure, come apparivano inequivocabilmente, già ai primi di luglio del ‘45 in una lettera che, da Rio Saliceto, dove aveva ripreso a fare il medico, aveva scritto Sebastiano, il più giovane dei fratelli, a Nicolino, il decano, punto di riferimento per tutti loro: 'Caro Nicolino, (…) circa un mese fa (…) ti ho inviato per mezzo di un partigiano di Spezia una lunga lettera (…). Fino ad oggi ho atteso invano una risposta; perciò mi sono deciso a scriverti ancora (…) Sono passato attraverso avventure inenarrabili ma con l’aiuto di Dio ne ho tirato fuori i piedi senza gravi lesioni. Gavino invece, dopo avere per diciotto mesi di cospirazione eluso le ricerche della polizia nazi-fascista è stato arrestato il 5 marzo dalle SS tedesca di Parma; poiché non volle confessare, venne barbaramente torturato con i classici sistemi teutonici; il 28 marzo alle otto di sera circa venne portato al Po a Casalmaggiore ed assieme ad altri due ucciso con colpi di mitra nella schiena e di poi gettato nel Po: ho fatto lunghe ricerche del suo corpo ma tutto è stato vano!'.
Lo aveva cercato davvero, ma inutilmente, quel corpo, Sebastiano, per riportarlo in Sardegna, scrutando il fiume lungo il suo percorso, e poi sorvolando a bassa quota, con un piccolo aereo a noleggio, le terre invase dalle acque del Po, esondato per le grandi piogge primaverili di quell’anno. Aveva cercato quel corpo e aveva cercato giustizia: ricostruendo con strazio caparbio la fine di Gavino, legata ad una storia di tradimento (il peggiore: la delazione da parte di un compagno di cui si fidava). Spinto da un dolore immedicabile, che era anche quello della madre, dei fratelli, della sorella, agisce, denuncia i responsabili, si procura la lista dei nomi dei torturatori, riesce persino a raggiungerli nelle celle delle carceri di Parma, per vederli in faccia, interroga di persona 'Zago, [nome che sottolinea tre volte] il famoso boia delle SS di Parma e probabile esecutore materiale della uccisione di Gavino', agli ordini del Maresciallo Rabanzer, per sapere di più sulla sorte del fratello, avvia durissimi (e purtroppo, come è spesso avvenuto, vani) procedimenti giudiziari per avere verità e giustizia. Vuole conoscere ciò che a Gavino era accaduto in quelle oscure settimane da prigioniero, solo con quelli che, dopo averlo torturato e mutilato, lo avrebbero depredato di tutto, della vita e, facendone sparire il corpo, anche della morte. Era apparso, Gavino, irriconoscibile nel volto scempiato dalla tortura, ad una amica che passando per caso lungo il cortile della caserma, in cui era stato rinchiuso, si era sentita chiamare per nome: era lì, infatti, ma di lui era rimasta, inconfondibile, solo la voce. Sebastiano voleva sapere che cosa avevano fatto a suo fratello, tutto il male indicibile che gli avevano fatto, prima di essere ucciso. 'Quando avrò dipanato l’intricata matassa della vicenda di Gavino –scrive -- andrò in Sardegna: prima no! Assolutamente. E’ mio preciso dovere agire in questo senso'. Il suo tempo, le sue risorse sono destinate a questo scopo. Nemmeno per Natale rivedrà la madre: io so che era per lui intollerabile tornare da lei 'senza Gavino', fare quel viaggio accompagnato solo dal pensiero, dall’ombra di quel fratello così amato ed ammirato. Così come era intollerabile l’idea del corpo insepolto, 'disperso', l’immagine della tomba vuota.
La ferita è evidentemente ancora aperta il due giugno del 1952, quando parlerà in occasione dello scoprimento di una lapide in memoria dei caduti di Ittireddu, dieci nomi, (tanti, per un paese così piccolo) ad ognuno dei quali – egli dice -- 'corrispondeva una persona viva a noi legata da vincoli di sangue: sono dieci nomi, dieci fotografie, dieci visi a voi noti, a noi dolorosamente cari: tre di essi sono sepolti nel nostro cimitero, mentre degli altri nulla sappiamo in quanto essi figurano ‘dispersi’. Essi sono i nostri ‘dispersi’: tremenda parola questa, equivoca, ambigua che non ci dà il terribile giudizio della parola 'morto': davanti a questa parola gli uomini sembra debbano cedere di schianto, ma poi si adattano all’ineluttabile (…): nei momenti di più acuto dolore essi possono recarsi al cimitero per deporre ai piedi della sepoltura un fiore (…): così facendo essi si sentono vicini, ancor più vicini ai cari defunti. Non è così per i ‘dispersi’: per otto lunghi anni abbiamo atteso, col cuore attanagliato da un’ansia spasmodica, il ritorno di essi! Ogni giorno che moriva si chiudeva con una delusione per il mancato ritorno e con la speranza che il dì seguente avrebbe riportato a noi il nostro caro……Fu così per otto lunghi anni'. Ma la lapide innalzata a testimonianza di questo dolore, diviene, nelle parole del fratello di Gavino Cherchi, anche un lucido e altissimo appello alla pace: 'che i nostri morti, i nostri dispersi chiudano la lunga serie di cadaveri seminati lungo il corso dei secoli dallo scatenamento di quei terribili cataclismi che rispondono al nome di ‘guerra: (…) che i capi degli Stati, prima di snudare la spada e dare la parola alla morte nera, riflettano a ciò che stanno per fare e prevalga in essi la calma generatrice di pace sulla violenza apportatrice di morte, di lacrime e sangue, abbia il sopravvento, in una parola, la vita sulla morte. Sorretti da questi pensieri asciughiamo quindi le nostre lacrime…' Ma è difficile, almeno per me, trattenere le lacrime davanti all’unica lapide che nel piccolo cimitero di Ittireddu individua una tomba vuota, quella dei dispersi, chi in Russia, chi nel mare Egeo, chi in terra d’Africa, chi, come Gavino, qui, nella Valle Padana.
Loro, i muti, come dicevano gli antichi, qui, da questa pietra, invece parlano, malinconici, dolenti: 'Noi non siamo tornati,/ né vivi né morti al dolce paese natio./ Il pianto dei vivi è ancora più amaro/per le ceneri nostre/ disperse chissà dove, chissà dove…'. Qui, in questo vuoto vertiginoso, sembra precipitare e dissolversi come ombra fra le ombre la storia di Gavino, una storia senza epilogo, come un viaggio senza approdo. Trama che non si chiude, interrogativo senza risposta, assenza senza rimedio, traccia priva di meta, destino privo di senso. Ma la storia che io voglio ricordare, che voglio mi accompagni nella vita, e che viva attraverso di me, una del suo sangue che porta il suo nome, rivela forse un senso, un disegno, un percorso che la sottrae al nulla; proverò a raccontarvela, se posso.
Questa storia comincia fuori dalla storia, nel tempo fuori del tempo in cui si colloca il martirio di Gavino, Proto e Gianuario, di cui si narra in Sardegna. Gavino era un soldato romano, Proto e Gianuario due cristiani suoi prigionieri. La conversione di Gavino alla nuova fede è improvvisa, radicale, uno scandalo. Rifiuta di abiurare. Il soldato di Roma divenuto un ribelle deve essere punito, e in modo esemplare: avrà, decreta il governatore dell’isola, suo comandante, ora suo nemico, 'la morte che ha scelto…'. Ma 'perché i cristiani non si presentino qui e lo onorino come un santo, andate lontano' egli ordina ai carnefici, 'sottoponetelo alla decapitazione sulla riva del mare e gettate il corpo dalla scogliera, così non sarà possibile ritrovare né il suo corpo né la sua testa'. Questo estremo oltraggio non servirà: il mare in cui si perde quel corpo, in realtà non ne cancella la memoria, la esalta. E’ per questo che del martire Gavino è stata dipinta sia la decapitazione, che la sua successiva apparizione, come un giovane cavaliere che in sella ad un destriero bianco si libra, sospeso, sulle acque del mare, il mare dalle onde aguzze che circonda l’isola e che egli sembra presidiare. Il sarcofago di pietra, custodito nella cripta della basilica che, assieme agli altri due compagni di martirio, gli fu dedicata proprio sul mare, è pertanto una tomba vuota.
La storia continua poi nella storia, cade nel tempo, nel tempo nostro, in cui rimane la trama-traccia intermittente della vita di un uomo: Gavino. Anche per lui la storia è quella di una conversione, e di una ribellione, e di una morte che, come il resto, sembra già scritta in quel nome: una morte per mano d’uomo, presso un grande fiume, grande come non ne esistono nell’isola, così grande che sembra un mare. Il corpo, assieme a quelli dei due compagni, Alceste e Ines i nomi, uccisi assieme a lui quel 28 marzo (primavera: mai più le nozze nell’isola, mai più la madre, né l’odore della piazzetta in terra battuta, d’estate, dove s’apriva la porta di casa; troppo tardi, troppo tardi, diranno tutti, la nave dei vivi l’aveva persa, l’ultima nave per l’isola, restava solo la nave dei morti, invisibile, in attesa sulle acque di quel grande fiume), quel corpo, sarà gettato (con gli altri) in quel fiume grande, profondo, vorace, e mai più ritrovato. Mai più, nemmeno quando il fiume ruppe, poco dopo, gli argini, e tentò di trasformarsi davvero in mare, allagando l’immensa pianura del Nord. Allora, dicevano tutti, il fiume restituiva i 'suoi' morti (nella mia storia c’è anche l’abbraccio di quelle due donne sconosciute, tanti anni dopo, presso quello stesso fiume, calmo e indifferente nei suoi argini: loro avevano perso la ragazza, Ines, e noi Gavino, ed eravamo quindi ormai dello stesso sangue: 'ci siamo sempre chiesti –dissero -- se voi il vostro l’avevate trovato'); ma il fiume non volle, questa volta, restituire nulla a chi continuava a cercare, a cercare. Ucciso, con un colpo alla testa, e gettato in acqua affinché il corpo non fosse mai più ritrovato. Ma questo corpo sottratto alla vista e allo strazio di chi gli portava amore, questo corpo sottratto alla tomba, mai giunto quindi a destinazione, non fu abbandonato, né profanato, ma fu vegliato per sempre, fu accompagnato sempre in questo suo viaggio interminabile attraverso le acque, sulla navicella di bronzo, turrita, (nave dei morti da sempre nel mondo mediterraneo, anche per i Sardi antichi, nave di ombre) che continua a solcare quei flutti e ha perso la via del mare che circonda l’isola. La gente del suo sangue da questo viaggio senza luce è stata segnata, l’attesa è divenuta una veglia senza fine, ha scavato una nicchia vuota in loro; il vento porta richiami, e risuona come un’eco la lieve navicella di bronzo che si sottrae ai vivi, ma li accompagna, si sposta con noi. Il silenzio talvolta si riempie di voci, il vuoto di quella tomba vuota, di presenze.
Si affollano sommessi gli assenti, le voci di 'quelli che mancano' risuonano in ogni traccia lasciata come indizio per ritrovarli e ritrovarci, parole tracciate da mani diverse, immagini di quel tempo, memorie lampeggiano ed insorgono contro l’oblio. Lettere, documenti, fotografie sono agitate dallo stesso vento che spinge la navicella delle ombre. Il viaggio fuori del tempo, in un tempo altro, in uno spazio altro, di quella navicella non avrà termine, forse, se non quando la storia, la storia di Gavino, e del suo tempo (come oggi abbiamo cominciato a fare), non sarà raccontata, e quelle voci saranno rese udibili, e il suo tempo irromperà nel nostro e la sua esistenza verrà sottratta al nulla. Forse allora questa veglia lunghissima avrà termine anch’essa, non perché chi è stato vegliato si sia allontanato, congedato per sempre, ma perché (forse) finalmente ha invece ritrovato la strada di casa, e ci viene incontro sulla riva invisibile dei nostri, dei vostri pensieri.”
Non c’è nulla da aggiungere se non la lista di onorificenze, lapidi, centri dedicati a questi uomini e donne. Che è bene ricordare in un periodo in cui, a Milano, si vuole dedicare una lapide a Luisa Ferida il cui divertimento principale era assistere, e, a volte partecipare, con il suo uomo Osvaldo Valenti, alle torture inflitte ai partigiani mentre sniffava cocaina.
Il corpo di Bruno Longhi fu occultato e mai più ritrovato. A lui è stata assegnata la medaglia d’oro al valor militare. Nell’Oltretorrente, il cuore popolare della città, quello che resistette con Guido Picelli alle squadracce fasciste di Balbo, c’è un Circolo Culturale a lui dedicato. Anche una via del centro è dedicata a Bruno Longhi.
A mia cugina, Enrichetta Cabassa, è stata dedicata una via nelle vicinanze dell’Ospedale Maggiore.
Ines Bedeschi è stata insignita della medaglia d’oro al valor militare e un importante centro culturale pota il suo nome.
A Gavino Cherchi è dedicata una via e, da pochi anni, la biblioteca del Liceo Ginnasio Romagnosi si chiama Biblioteca Gavino Cherchi.
I corpi di Ines Bedeschi e Gavino Cherchi hanno avuto un comune destino: non sono mai stati ritrovati. Il grande fiume, spesso così ferocemente generoso nel restituire i corpi degli annegati, questa volta ha preferito tenerli per sé quasi ne volesse essere il geloso custode. Ma ciò ha impedito a parenti ed amici di elaborare il lutto della morte dei loro cari.
Vorrei concludere questo mio scritto con una breve annotazione: su una delle pareti del Circolo Deledda di Parma campeggia una foto in cui Gavino Cherchi compare, in primo piano, con alcuni suoi colleghi insegnanti. E’ una foto che attira l’attenzione di soci e degli avventori. E’ la testimonianza del vivo ricordo che questo grande uomo ha lasciato a Parma nei sardi, nei parmensi, in tutti gli antifascisti. NOTA Il discorso integrale di Gavina Cherchi era già comparso nel 2003 nel sito web del Partito dei comunisti italiani, http://www.comunisti.italiani.parma.it/Extra.htlm Ho ritenuto doveroso riproporre l’intero discorso di Gavina Cherchi per inquadrarlo in un più vasto contesto, ho ritenuto doveroso farlo perché la memoria continui la sua opera, perché altri possano approcciarsi a quanto ho raccontato, perché pavento l’oblio come la peggior cosa che possa succederci.Invitiamo ad utilizzare il nostro blog per commentare l'articolo di Andrea. |
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