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Via Tasso a Roma - Foto scattata dagli americani alla liberazione della città

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Aldo Borghesi – Recensione

Uno dei tanti : Orlando Orlandi Posti ucciso alle Fosse Ardeatine. Una storia mai raccontata / Edgarda Ferri. – Milano . Mondadori, 2009. – (Le scie)

L’attenzione per gli uomini della Resistenza si è a lungo concentrata sui leader politici e militari: uomini spesso ricchi di esperienza di lotta e di capacità militari, maturate in Spagna o nelle due guerre mondiali: Parri, Longo, Lussu, Nenni, Pertini, ma anche altri meno noti. Sparite le generazioni dei comandanti, nella storia e nella memoria hanno man mano assunto importanza i giovani cresciuti nell’Italia littoria ed approdati alla scelta antifascista attraverso il  crollo dei miti del regime. Ragazzi nati negli anni Venti, talvolta appena adolescenti, i bòcia delle formazioni partigiane, dove a 22-23 anni si era già anziani: sono oramai loro gli ultimi testimoni della lotta partigiana (e dell’adesione alla RSI).

Se consideriamo un episodio di grande rilievo simbolico, come l’eccidio delle Fosse Ardeatine, negli anni successivi alla guerra l’attenzione era soprattutto per le figure dei capi: in un documento di storia e di cultura, come le Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, troviamo i soli Giuseppe Cordero di Montezemolo e Sabato Martelli Castaldi, militari,  ufficiali, uomini già maturi. Ma nella raccolta Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza, curata nel 2005 da Mimmo Franzinelli, uno dei testi che più colpiscono è la breve lettera di un ragazzo: una dichiarazione d’amore a futura memoria: “sappi Marcella che ti volevo bene, ma molto bene e da molto tempo solo ho saputo far tacere il mio cuore, perché non ero degno, secondo la mia idea … perciò cara ora che è impossibile che possa realizzare il mio sogno ho voluto confidarti il mio segreto”.

Pochi giorni dopo aver compiuto diciotto anni in una cella di via Tasso, il ragazzo ne esce solo per essere ucciso alle Ardeatine; la lettera – infilata in una tasca del giaccone con una quarantina di fogli, il suo diario carcerario – gliela ritrovano addosso l’estate successiva, quando il corpo viene riconosciuto. Riconsegnati al dolore della famiglia, questi documenti vengono religiosamente custoditi; intanto la guerra si allontana nel tempo e nel ricordo. Compaiono infine in volume e poi nella silloge del 2005. Forse proprio da qui nasce l’interesse per questa figura dimenticata in una giornalista-scrittrice: è lei a ricomporre con delicata sapienza la tela di ragno di questa esistenza e a raccontarla con palpabile partecipazione interiore.

Si chiama Orlando Orlandi Posti, familiarmente Lallo, classe 1926. Viene da una famiglia  umbra immigrata a Monte Sacro, quartiere allora di estrema periferia, di popolani espulsi dal centro storico e piccola borghesia impoverita dalla guerra; ma luogo vivace di relazioni umane, dove bambini e ragazzi crescono in una solidale dimensione comunitaria.

Nel 1943 Lallo ha appena abbandonato gli studi ed è alla contraddittoria ricerca di una strada e di un’identità. Non ha una formazione politica: quando l’8 settembre i tedeschi occupano Roma deve crescere in fretta. Con un vecchio moschetto va a sparare a Pietralata e Porta San Paolo, poi entra nelle file della Resistenza, nel Partito d’Azione. Con lui sono diversi giovani del quartiere, la storia passa pesante anche nelle loro vite. Uno dei più cari amici d’infanzia passa una sera a salutarlo, in divisa della GNR; finiscono a pugni. Nessuno dei due vedrà la fine della guerra, l’amico morrà ucciso dai partigiani.

In questa fuoruscita repentina dall’adolescenza, diviene sempre più importante il rapporto con Marcella, anche lei diciassettenne, il padre proprietario del bar-pasticceria del quartiere. Importante, profondo e – purtroppo – fatale. Quando nel febbraio 1944 un rastrellamento investe Montesacro, Lallo dà l’allarme a tutti i compagni e, compiuto il suo dovere, sfida il pericolo per salutare Marcella; lo aspettano davanti al bar. Poi via Tasso, una tomba di vivi senza spazio, aria, cibo; lui riempie del pensiero di lei le vuote giornate d’angoscia. È per lei che sogna di riprendere gli studi a guerra finita sotto la guida del medico Manlio Gelsomini, ufficiale del Fronte Militare Clandestino, un fratello maggiore spirituale con cui divide la cella e il destino finale. Diventerà dottore: e sarà così infine “degno” di lei, per la quale scrive su fogli di risulta un diario d’amore, le frasi d’amore tenere ed ingenue des enfants qui s’aiment..

Quelle frasi, che restano su di lui per mesi nel buio di morte delle Cave Ardeatine, non le si può leggere oggi senza profonda emozione: per la vita stroncata che le ha espresse, per la tragedia che l’ha spazzata via con milioni di altre. Edgarda Ferri narra questa vita senza retorica né epica, senza indulgenze alla vulgata antiresistenziale che oggi si vende tanto bene (se poi si parla di Fosse Ardeatine…), senza ridurla ad una stucchevole storia sentimentale. Con mano e cuore di donna sa restituirne la dimensione umana e tragica, sullo sfondo romano e italiano della guerra.

Troviamo dei sardi in questo libro: non c’è da stupirsi, se si considera in quanti furono nella Resistenza romana. A Montesacro Antonio Feurra, da Seneghe, gestisce una rivendita di frutta e verdura (è soprannominato “er patataro”) ed organizza fra i primi il PCI clandestino; lo fucilano a Forte Bravetta. Con Lallo due sardi condividono la cella: l’avvocato Giorgio Mastino Del Rio, da Ballao, comandante di una formazione partigiana DC, scarcerato fortunosamente un paio di giorni prima dell’eccidio (dopo la guerra assumerà la difesa processuale di Graziani); il sergente pilota Pasquale Cocco, da Paulilatino, chiamato Coccolino dai compagni cui cerca di sollevare il morale con il suo buon carattere, e dei quali condivide la fine.

Non è la storia di un protagonista; Lallo è davvero “uno dei tanti” giovani che della Resistenza hanno costituito il tessuto diffuso, senza il quale poco avrebbero potuto il coraggio e le capacità dei capi. Guardando la sua foto di bel ragazzo d’antan, viene da pensare ai suoi compagni, ormai più che ottantenni, che hanno alle spalle quel tempo grande  di vita che a lui è stato negato. E, forse, anche al debito che noi - venuti dopo - abbiamo verso di lui e dei “tanti” come lui.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
   
   
 
 
 

 

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