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Gianni Soro
- "Ainis e Rodotà: Due libri sulla laicità". Recensione

Recentemente sono apparsi due libri di
due importanti giuristi italiani sul tema fondamentale e quanto mai
attuale della laicità dello Stato. Si tratta di Chiesa padrona. Un
falso giuridico dai Patti Lateranensi a oggi di Michele Ainis (edito
da Garzanti) e Perché laico di Stefano Rodotà (edito da Laterza).
Pur partendo da presupposti culturali
molto simili e, aggiungerei, estremamente condivisibili, i due autori
mettono l’accento su aspetti diversi del problema.
Il libro di Michele Ainis si apre con
l’ormai fin troppo nota elencazione sia delle spese, più o meno dirette
e più o meno mascherate, che lo Stato italiano sostiene a favore della
Chiesa cattolica (sull’argomento già Curzio Maltese, con La questua,
ha recentemente fornito un quadro tanto particolareggiato quanto
scandaloso); sia delle puntuali e ingombranti ingerenze della gerarchia
vaticana nella sfera politica e mediatica del nostro Paese. Ma la parte
più interessante e consistente del testo è dedicata ad una rigorosa
analisi delle contraddizioni logico-giuridiche che scaturiscono dalla
presenza del famigerato articolo 7 nella nostra Costituzione. Tale
articolo con il suo “richiamo ai Patti Lateranensi infligge una deroga
ai principi costituzionali, sicchè la regola [per assurdo] va cercata
altrove, fuori da quella disposizione” (p. 57). Ainis sottolinea come
quell’articolo, frutto di un compromesso politico di bassissimo profilo,
cozzando con gli articoli 3, 8, 19 e 20 della Carta costituzionale
produca almeno cinque palesi antitesi così schematizzate:
-
rilevanza/irrilevanza della
religione per lo Stato italiano; questa è irrilevante se
considerata come fatto individuale e privato, per cui tutti i
cittadini sono egualmente considerati e tutelati nei loro diritti a
prescindere dalla loro fede religiosa; ma è allo stesso tempo
estremamente rilevante se considerata come fenomeno organizzato,
talmente rilevante (quella cattolica) da meritarsi una deroga ai
principi costituzionali;
-
astensione/intervento;
questa antitesi deriva direttamente da quella precedente:
“l’irrilevanza giuridica della religione esige il laissez faire
degli apparati pubblici; ma il principio pattizio, coniugato al
principio di eguaglianza sostanziale, prefigura al contrario il loro
ruolo attivo” (p. 43);
-
forma/sostanza: mentre le
garanzie dello Stato laico sono assolutamente formali perché
prevedono “un’unica procedura applicata senza tener conto della
differenza religiosa”, il principio pattizio invece “innerva il
diritto pubblico di elementi sostanziali”, con la creazione e il
consolidamento di un sistema di relazioni e di accordi tipico dello
Stato confessionale (pp. 45-46);
-
cultura/istituzioni: se
nelle società secolarizzate la religione non rappresenta più
un’istituzione sociale, ma eventualmente una risorsa culturale,
“nella Costituzione italiana il fenomeno religioso tiene il piede in
ambedue le staffe. Da un lato, la religione rappresenta senza dubbio
un elemento di cultura, se s’intende il concetto di cultura in senso
antropologico […]. Sennonché per altro verso la religione è anche un
elemento del paesaggio istituzionale, attraverso la somma degli
artt. 7 e 8 della Costituzione […]” (p. 49);
-
eguaglianza/privilegio:
questa è sicuramente l’antitesi più evidente; il secondo comma
dell’articolo 7 della Costituzione “introduce un regime speciale per
la Chiesa cattolica, a dispetto del principio di laicità e di quello
d’eguaglianza religiosa” (p. 53).
Questo è il succo del pamphlet di Michele Ainis. Nulla di nuovo,
evidentemente: il problema degli aspetti incostituzionali del
Concordato, così come il tema dell’inopportunità storico-politica
dell’articolo 7 e della “svendita” scellerata del principio di laicità
dello Stato sono stati ampiamente sviscerati e denunciati con forza già
nel corso degli anni Cinquanta da personaggi del calibro di Ernesto
Rossi, Alberto Aquarone, Gaetano Salvemini, Guido Calogero, per citare
solo alcuni dei nomi che animarono quella preziosa collana denominata
“Stato e Chiesa”, edita da Parenti.
Negli ultimi cinque anni poi si è
assistito ad una forte ripresa dell’interesse su questo tema,
accompagnata da una certa sovrapproduzione editoriale: letto e riletto
sotto tutti i punti di vista (storico, politico, filosofico,
sociologico, antropologico), verrebbe da chiedersi se sull’argomento ci
sia effettivamente ancora qualcosa di nuovo da dire; se non altro il
libretto di Ainis ha il pregio di riassumere e schematizzare
efficacemente il problema sotto il profilo prettamente giuridico.
Diverso è il taglio del libro di Stefano Rodotà. Egli parte da un’idea
di laicità intesa “non come polo oppositivo [rispetto al discorso
religioso], ma come componente essenziale del discorso pubblico in
democrazia […]. Non si tratta di difendere un punto di vista di parte,
bensì la democrazia nella sua essenza” (pp. 3-5). “La laicità, lo
sappiamo, non è una tavola di valori da contrapporre semplicisticamente
ad altri. È piuttosto una dimensione della libertà, uno strumento per la
libera formazione della personalità, un elemento essenziale per la
convivenza” (p. 60). Qui l’attenzione si sposta dagli aspetti
logico-giuridici alle modalità con cui il principio della laicità dello
Stato si coniuga nella prassi politica concreta, e Rodotà riconosce
immediatamente che il nocciolo della questione è ben lungi dall’essere
di carattere prettamente giuridico: quand’anche per ipotesi si arrivasse
all’abolizione del Concordato, e dunque ad una soluzione di quelle
contraddizioni giuridiche riassunte da Michele Ainis, si verificherebbe
tutt’al più una “catastrofe finanziaria” per la Chiesa cattolica, ma
nella sostanza lo stato delle cose non subirebbe grandi modificazioni:
il problema è di tutt’altro spessore e di ben altra gravità.
L’autore rileva efficacemente, e amaramente, come negli ultimi tempi il
principio supremo della laicità dello Stato, ribadito dalla sentenza n.
203/1989 della Corte costituzionale, venga continuamente svilito e
disatteso da una “nuova generazione di defensores fidei [che] si è
materializzata, trasferendo la questione religiosa nel cuore del
conflitto politico, immiserendone il significato e trasformando la
presenza delle ragioni della fede nella sfera pubblica nella pretesa di
imporle come regola per tutti” (pp. 3-4). Il “partito di Dio”, come lo
ha definito Marco Damilano in un suo libro del 2006, appare ormai sempre
più trasversale rispetto agli schieramenti politici tradizionali:
“Accade così che, con visibile compiacimento, governanti italiani
facciano a gara nel presentarsi come esecutori fedeli delle direttive e
delle richieste vaticane”(pp. 18-19).
E qui si innesta il tema, assai
delicato, dell’uso distorto del diritto all’obiezione di coscienza: se,
entro certi limiti e con tutte le garanzie per i diritti del
cittadino/paziente, questa facoltà può essere riconosciuta alle
professioni mediche, questo non può assolutamente accadere per il
parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni di legislatore. “In
realtà la pretesa di estendere l’obiezione di coscienza nelle più
svariate direzioni corrisponde a un progetto politico ben chiaro. Non
tanto la liberazione della coscienza individuale, quanto piuttosto l’uso
di questo strumento per sostituire la tavola dei valori costituzionali
con una diversa, strettamente dipendente dall’adesione a un credo” (p.
36). Pur auspicando con urgenza un ritorno allo spirito degli anni della
Costituente, Stefano Rodotà non può fare a meno di constatare che la
scelta dell’introduzione dell’articolo 7 nella Costituzione “ha segnato
l’avvio della Repubblica con un’idea di laicità «negoziabile», riemersa
tutte le volte che il realismo politico induceva a non creare frizioni
con la Chiesa” (p. 57).
Rispetto all’analisi di Michele Ainis, mi sembra che il libro di Rodotà
riesca a restituire meglio i termini reali del problema, mettendo
maggiormente in luce le responsabilità dell’attuale classe dirigente
italiana nella rinuncia al principio sacrosanto della laicità dello
Stato, e ridimensionando fattori (pur importanti e non trascurabili)
come l’aggressività politica della lobby vaticana o le contraddizioni
giuridico-formali presenti nella Costituzione: che si tratti di
sudditanza psicologica, di pochezza culturale e morale, di opportunismo
strategico e quant’altro, il problema di fondo sta nell’atteggiamento
inaccettabile assunto dalla classe politica italiana di fronte ai
dettami provenienti dal pulpito.
A oltre sessant’anni di distanza dalla
promulgazione della Carta costituzionale la laicità, intesa come
elemento essenziale della democrazia, appare più che mai un principio da
conquistare di volta in volta, da affermare e da difendere con
intransigenza.

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